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 Galatina, 12 Luglio 2019

L'ATTIVO-NON ATTIVO DELLE Z.T.L. CITTADINE

AMBIGUO E DEVIANTE

Nei comuni della Provincia, compresa Galatina, si va ai ripari. A Lecce si prepara un'ondata di ricorsi


 

a c. di d. Salvatore Bello


Credo che voi, miei cari concittadini di Galatina, non abbiate la memoria corta, e che ricordiate la mia personale battaglia sul sito web Galatinatu.it, che si meritò una pagina della Gazzetta (grazie all'amico Antonio Liguori) e il sentimento di comprensione del Sindaco dott. Amante per aver io sborsato uno mensilità della mia pensione. Il mio dibattere andò dal 30 novembre 2017 al 18 gennaio 2018, mentre pagavo 9 su 11 multe Z.T.L. per un totale di circa Euro  650 (seicento cinquanta), le ultime due (10 e 11) cancellate dal Giudice di Pace.

Produssi una serie di articoli per un totale di 2887 parole e 14.630 caratteri (quisquiglie), e non perché fossi restio a saldare le multe, ma perché mi sentivo offeso nella mia onorabilità mentale e linguistica, laddove emergeva evidente l’ambiguità della nuova segnaletica nelle Z.T.L. e la strutturazione distrattiva del suo impianto ed uso, nonché una “passione” a livello applicativo dell'intera legislazione a riguardo più punitiva che logica.

Sotto l’apparente razionalità formale, infatti, si nascondeva una confusione del rapporto istituzione-cittadini, nell’utilizzare un mezzo tecnico non cieco certo, ma muto e sordo, col quale non potersi non dico confrontare (come è in tutte le umane situazioni), ma poter appunto ragionare anche su soggettive attitudini di comprensione o meno del cittadino  in genere. Ma questo aspetto appartiene alla permanenza di una impostazione autoritale (sic) che vede nello stesso cittadino non una persona umana con diritti e certo con doveri, ma un individuo da spellare.

Seguite il mio ragionamento: io amministratore della città intendo porre divieti ragionevoli ai veicoli in alcune strade e zone; preparo un piano e lo attuo; in alcune zone non si transita in orari prestabiliti; ho a disposizione la segnaletica ordinaria, quella che regola il viario a senso unico, la stessa la applico ad alcuni cosiddetti varchi che immettono in zone specifiche urbane. Che motivo ho per usare la videocamera? Nei sensi unici non esistono le videocamere con addebito di multe, eppure il cittadino li rispetta. Non viene il sospetto che se uso la videcamera, almeno nei primi tempi, la distrazione oggettiva e l'incomprensione soggettiva faranno strage di nulte? 

Ma restiamo al dato di fatto. La dizione attivo-non attivo è stata rilevata dal Ministero come ambigua e da rettificare. Dicevamo e scrivevamo che risultava poco chiara e fuorviante, addirittura all'inizio imcompresa da cittadini ignari della novità, come il sottoscritto. Quel che accadde con molti costretti a pagare più multe (mi piacerebbe sapere quante in un tempo pur limitato) non lascia un'ombra o una tabe di ingannevole pianificazione? Ora ormai tutti sanno il senso di ATTIVO-NON ATTIVO, il turista o il forestiero forse di meno, ma comunque un suggerimento lo do, di usare le parole del volgo: APERTO (verde) - CHIUSO (rosso) e il simbolo segnaletico appropiato (del veicolo), con o senza il termine VARCO.

Ma verrà, ne sono sicuro, il momento in cui proprio al livello nazionale si smetterà di trasformare il vivere civile in bollette sanzionatorie, e si libererà la gente da ogni ipocrita artifizio di vessazioni, e di trasferimento di denaro dalla fatica umana alla mangiatoia tecnologica e alle greppie amministrative sempre in debito verso la cittadinanza e verso se stesse. Solo mi dispiace che in quella vicenda persi, provvisoriamente, qualche preziosa amicizia, ma non ho la mano retrattile, anzi la so allungare nella consapevolezza che tutti possiamo sbagliare, e se in tale occasione o vicenda avessi avuto verso le varie controparti una tenuta più pacata, avrei magari potuto accostarle alla mia parte.


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Galatina, 15 luglio 2019

QUANDO IL MARE DICE BASTA

 I migranti e la loro dignità fino alla casa e al lavoro

La responsabilità della Chiesa e delle Religioni


a c. di D. Salvatore Bello


Quando il mare dice basta. Ma non lo dice mai, perché sa di che è fatto l'uomo, conosce il suo coraggio, l'amore per l'avventura, la forza del desiderio di libertà e dell'odisseica sete di conoscenza. Ma il mare è anche un luogo teologico, così è stato definito religiosamente dalla teologa Giuseppina de Simone della facoltà teologica dei Gesuiti di Napoli, che il sottoscritto ha frequentato nei lontani anni Sessanta (1957 al 1961).

Il mare nella sua totalità, dovunque si espanda, è un luogo di comunicazione ed una riserva di vitalità per l’umanità intera. Immettersi nel mare vuol dire tre cose: nutrimento, relazionalità e godimento. Altre apposizioni si riducono a queste tre. Il mare come il cielo sono la più grande risorsa alimentare della terra, entrambi costituiscono l’universale vessillo blu. La qualificazione aggiuntiva per il Mediterraneo, di luogo teologico è appropriata nella misura in cui gli sguardi convergenti in esso da una parte (paesi europei) e dall’altra (paesi africani) si incrocino e si comprendano.

La realtà è un'altra, sarà disumana, una inciviltà, ossia la fuga da una parte e la rapina dall’altra. Occorre  anzitutto che l’Europa e non solo essa (Russia e Cina) costituisca una speranza di progresso per i paesi dell’Africa e non di puro sfruttamento delle risorse di quel continente, insomma una politica di mercato EurAfrica a livello di istituzioni governative e imprenditoriali, con un piano pluriennale che contenga il diritto di patria a fondamento di tutti gli altri diritti che le nazioni devono garantire ai loro popoli, ad evitare gli spopolamenti delle migliori forze lavoro nel proprio paese nativo.

E qui faccio appello alla Chiesa, alla mia Chiesa acché con tutte le altre religioni rappresentate dalle relative autorità promuovano la sincronia di una grande Onu del Mediterraneo decisa a trasformare in competenze reali le speranze di progresso dei popoli sottosviluppo: non è ammissibile che i diritti alla vita, al lavoro, alla pace, alla libertà, e quant’altri, siano affidati all’espatrio per fuga dei giovani del nostro sud verso il nord, dei giovani africani verso le terre europee. La Chiesa non ammette una emigrazione che metta a rischio la vita di chi emigra e ribalti le economie già instabili delle regioni di immigrazione alla ricerca esse stesse di sviluppo. L’accoglienza che la Chiesa o le chiese devono umanamente e religiosamente proporre è quella dello Spirito di Dio che ha messo ordine nel caos, e che restaura il disordine provocato dall’uomo. In questi anni di immigrazione caotica – i morti sono stati migliaia – la ragione ha perso il suo orientamento, e la ragion politica di tutte le parti in causa ha dilagato e dilaga ancora, e non perché non abbia accolto i profughi di qualunque provenienza, ma perché ha determinato una sorta di fuggi fuggi da una parte e di inerzia e tentennamenti dall’altra. Il fuggi fuggi è stato fatto gestire dai mercanti di vite umane e da navigatori solitari da inquadrare meglio in una formula trasparente al cento per cento, e da una ordinata valutazione e soluzione di problemi connessi. Mentre la gente moriva in mare, e continua a morire, si discute di sigle e non di soluzioni che evitino da una parte i naufragi e dall'altra siano risolutive del problema dei disumani centri detentivi libici, ma i nostri in Italia sono dei paradisi?

Non siamo ai primordi dei flussi migratori dai paesi europei verso le Americhe, ma in una pluralità di esperienze migratorie interne controllate o non controllate dalle frontiere, col rischio  che il caos prevalga, la solidarietà diventi sempre più difficile e fraintesa, 

Ricordate quel che fece il Signore quando si trovò di fronte a migliaia di persone affamate nel deserto? Ordinò agli apostoli, ossia all'umile governo della Chiesa che egli preparava, di far sedere ordinatamente tutta la gente in gruppi di 50, in tal modo potè sfamarli tutti e addirittura far raccogliere 12 ceste di tozzi di pane miracolato. E ricordate il vangelo del buon samaritano? Cosa fece costui? Se lo mise a cavallo e lo portò all'albergo pagando il vitto e l'alloggio. 

Diciamo pure (a noi stessi prima che agli altri) “prima la persona”, la sua salvezza dall'annegamento, e dopo tutto il resto; ma intanto cosa si fa per preparare il terreno dell'accoglienza? Per poter accogliere occorre inviare i soccorsi istituzionali (navi in mare, aerei nel deserto), e raccogliere ordinatamente di cinquanta in cinquanta gli esuli ammassati e distribuirli tra i vari paesi europei in abitazioni già predisposte ad "albergo". Proprio perchè l'uomo ha la dignità di persona, occorre imitare l'esempio divino, Dio che ha atteso (per capirci) miliardi di anni prima di metterci al mondo su un pianeta meraviglioso da lui fatto sorgere dopo una intensa preparazione davvero sapienziale.

Sarà un sogno questo che ho trasferito in questa nota, per me appassionata, ma questo non vuol dire che una barca che fa naufragio non debba essere soccorsa, ma una volta soccorse le persone si riportano immediatamente ai siti di provenienza e attendono il loro turno che andrebbe predisposto in anticipo.

Senza dire che la Chiesa come Stato sovrano potrebbe proporre che una porzione dei migranti li possa adottare distribuendoli in comunità cristiane attrezzate per far questo in Europa o altrove. Il pasto quotidiano gratuito attenua la fame di cibo, ma non quella di dignità della persona: la Chiesa dica come Disse Yahwè a Davide: "Io ti preparo una casa". Si insegni sempre più alle famiglie cristiane di adottare persone immigrate che si invitano a rispettare i luoghi dati in abitazione, spesso ridotti a stalle.

Il direttore di Avvenire ha perfettamente ragione quando dice che conta prima di tutto la “persona” da salvare, e poi? Alla persona salvata una casa gliela diamo, non una casa qualsiasi, ma dignitosa; dica alle migliaia di suoi lettori sacerdoti compresi che ogni anno contribuiscano a offrire alla Caritas nazionale l’abitazione che hanno in più per una famiglia di migranti. Una colletta Domus Caritatis, e poi quel che ha da dire ai nostri governanti pigri e insolventi lo dirà con più autenticità, coerenza e verità. I governanti oggi ci sono, domani salgono altri, la Chiesa è perenne.

Credo che tutti i migranti anche in attesa nei centri libici o in altri luoghi del nord Africa siano informati della Caritas italiana e mondiale, e sappiano che i cristiani hanno un cuore buono, i Nunzi dei paesi africani si concentrino e operino, perché il Signore dice anche a noi oggi: Fateli sedere a mensa per cinquanta e date loro da mangiare, da abitare, da lavorare. Credo che già imprenditori cristiani facciano la loro buona parte per assumere migranti nelle loro aziende, moltiplichiamo questi esempi. Il direttore di Avvenire Tarquinio ieri 14 luglio sintetizzava così il suo pensiero in merito alla dignità dei migranti: chiudere "le strade rischiose sgominando i traffici sporchi, senza insultare le persone per bene che si preoccupano di impedire la morte di chi fugge dalla Libia continuando il suo cammino di emigrante. È possibile, basta volerlo. Basta ricominciare in modo giusto". Chiudere le strade rischiose (il deserto e il mare) e ricominciare. Come? Un po' l'ho...sognato! Alla diffusa capillarità dei canali umanitari spontanei e privati, si aggiunga la risolutiva iniziativa dei governi europei. Le Conferenze Episcopali di tutta Europa e dell'Africa nulla possono fare? 

Spendo poche parole per la capitana dell ONG: non giudico se abbia fatto bene o male a forzare il cordone dei nostri Finazieri, io l'avrei invitata a scrivere una lettera dignitosa e rispettosa al ministro dell'Interno chiedendo con parole che solo una donna di profondo sentire come lei avrebbe potuto usare, assicurando una sua disponibilità a trasferire a sue spese alcuni dei migranti nel suo paese di origine. Lei sa bene che ogni diritto di terra, di cielo e di mare è regolato, lo si voglia o meno; una richiesta ragionata, leale e rispettosa è molto probabile che non le sarebbe stata respinta.

d.s.b.