scuola

Galatina, 29 febbraio 2019

Scuola:

col dialogo formativo

IL CAGNOLINO CHE ABBAIA LODA DIO, L'ALUNNO CHE

BESTEMMIA OLTRAGGIA DIO


Proprio nel luogo dove s’insegnano e si apprendono i valori della civiltà i ragazzi sono purtroppo costretti ad ascoltare bestemmie oltraggiose, da parte di questo o di quell’alunno, e talora anche di qualche alunna. Quando ciò accade, pensate che qualcuno intervenga? Credo di sì, o di no? Capita infatti che gli alunni, ascoltandole, ridano, gli insegnanti non puniscano e forse neppure richiamino. Addirittura, "lasciami mettere una canzone con una bestemmia dentro", così si ascolta, si ride e si bestemmia.

Può essere vero che la scuola non sia ormai un luogo tanto privilegiato da pensare che essa possa essere immune dall’oltraggio della bestemmia; nel passato Novecento v’era qualche raro insegnante, di valore, che di tanto in tanto dava in escandescenze inserendovi la bestemmia contro Dio o la Madonna. Nessuna meraviglia che anche ai nostri giorni accada qualcosa del genere, ma visto che la scuola è certamente il più alto ambiente formativo accanto alla famiglia, ed è, quella impartita, una formazione che avviene nella coralità delle classi, laddove alligna la bestemmia occorre intervenire. In che maniera? Punitiva?  Adesso la punizione è solo sul piano amministrativo, venale, ma è preferibile intervenire formativamente, cioè attraverso il dialogo formativo di gruppo o di classe adatto a stimolare interesse, sapendo ponderare con la bilancia della civiltà quale debba essere il comportamento pubblico di un alunno, di un figlio, di un discepolo di tali maestr e docenti coi quali è invitato a dialogare sull'argomento della bestemmia.

Stupisce che non ci sia in ogni classe tutta l'attenzione a queste uscite blasfeme: si dà ad un alunno o alunna il compito di verificare l'adempimento degli elaborati, o altre incombenze,  si dia anche a chi si ritiene adatto la vigilanza sul comportamento verbale, che non travalichi nella volgarità, blasfemìa compresa, verso gli altri specie quando gli allievi sono lasciati incustoditi per valide ragioni.

Torneremo sull'argomento con una indagine specialistica affidata ad un istituto di statistica. Per ora questa nota valga come contributo non di denuncia allarmistica e neppure conoscitivo (sono cose infatti che si sanno) ma di interesse sociale per un costume che merita più attenzione. 


Salvatore Bello

Galatina, 5 marzo 2019

GALATINA

E LE SUE ASPIRAZIONI    1            a cura di Don Salvatore Bello


PREMESSA

Sono state pubblicate nei decenni trascorsi opere importanti che ricuperano e riordinano le vicende storiche di Galatina, anche per l'impulso dato dalle case editrici qui operanti; storici salentini, i cui nomi fioriscono nei loro corposi cataloghi, si sono interessati della nostra Città, valga per tutti l'Antonaci col suo Galatina storia e arte che, per quanto voluminoso e ricco di notizie, lascia notevoli ambiti ad ulteriori ricerche e aggiornamenti. Quel che suggerisco in questa nota è un diverso approccio nello stile della narrazione, volto ad evidenziare le passioni, i sentimenti, gli orientamenti di una umanità che per circa un secolo ha operato mutamenti di notevole entità. Comprendo bene che un tale approccio richiede competenze notevoli per poter individuare ed esaltare lo spirito di un popolo in una sintesi convincente e originale, includente molteplici elementi umani, sociali, operativi. Inoltre, esaminando il presente, lo storico "appassionato" saprà cogliere i divari tra le epoche, e gli influssi degli eventi passati sull'andamento delle cose attuali. 


* * *

Una città, un comune, un villaggio, un luogo insomma abitato e reso vivo, se non sempre vivace, dai cittadini che vi risiedono, è una figura, diciamo, collettiva, ma con una sua personalità, le sue tendenze, aspirazioni, accanto alle sue qualità native ed acquisite, le immagini in senso non semplicemente figurato, ma anche materico, di struttura urbana che col tempo ha raggiunto valori espressivi considerevoli.

Galatina come locus e come logos, ossia ambiente abitato e attivizzato, e contenitore di valori mentali e verbali, orali e scritti, ideali e morali, sociali e culturali, e chi più ne ha più ne metta; oggetto di analisi continua attraverso gli scritti che si producono, gli incontri e le manifestazioni dottrinali, storiche, letterarie, ecc. che si tengono.


QUALE IDEA DI CITTA'

Il cittadino comune e l’acculturato cosa pensano della propria città? Ognuno può dire la sua, e se volessi (o, più umilmente, potessi) tracciare una mia idea, una mia rappresentazione di questo luogo nativo, certo, coi miei 83 anni potrei produrre uno schema raffigurativo sintetico o diarizzato dagli anni ’40 del secolo scorso a questa ventina di secolo che mi trova ancora in vita.

Senonché la storiografia ha le sue leggi, e ognuno può fare quel che sa fare; ma non basta, pur sapendo e potendo fare, occorre una fonte a cui attingere risorse venali, chiamiamole così, per poter ripagare coloro che ricercano, scrivono e stampano.

Ed ecco la prima concreta annotazione. Le memorie di una città non sono poche e non sono ristrette ad un solo ambito, quello letterario, sono molti i campi che vanno esplorati, e per questo occorre una mente organizzatrice di un lavoro esteso e profondo di ricerca e catalogazione.

Oggi la parcellizzazione del sapere porta i docenti universitari a restringere sempre di più il raggio degli interessi, ad esempio, di un laureando, fino talora ad arrivare ai moderni componenti della cucina italiana come tesi di laurea. Nulla di male.


LA CITTA' PER LA CITTA'

Allora occorre puntare ad una fonte sicura di finanziamento, e questa non può che essere la cosiddetta cassa comunale: la Città per la Città.

Quanti letterati, artisti, scienziati, musicisti, scultori, imprenditori, costruttori e agricoltori di valore, fondatori, umanisti e benefattori, architetti ed ingegneri di valore, docenti apprezzati, quanta materia prima da poter sceverare e incanalare verso un deposito ordinato e vivificato da una scrittura pregnante e piacevole alla lettura e all’apprendimento anche nelle scuole locali.

Un ottantenne che passeggia per le vie della città, ha modo di avvertire in sé, nella sua mente, nella memoria, nei suoi sentimenti, una grande quantità di figure del passato, di attività svolte attraverso i decenni, di istituzioni vive e prosperose, e avverte anche il vuoto che la loro scomparsa ha prodotto, mentre le attuali, moderne realtà sono aggredite dal mostro delle mafie, delle burocrazie, dalla morìa delle imprese, dalla difficoltà degli eredi (di valenti imprenditori), di proseguire sulla strada tracciata dai padri.

La città che subisce perdite ed aggressioni, diventa essa stessa aggressiva verso i suoi concittadini. Sembrerebbe fatta apposta per produrre scosse elettriche da tutte le parti; un solo es.: le scuole paiono diventare luoghi di una confusa alterità, per cui ognuno al suo posto e tutti al posto di ognuno; La gente si chiude nelle case e pensa che tutti fuori stiano lì per approfittare. Se da una parte l’alterità spadroneggia, dall’altra l’identità viene trascurata: chi sei tu, sai chi sono io, zitto sei un handicappato...


STORIA DELL'ANIMA DELLA CITTA'

Questo è il frutto guasto di una perdita della memoria, quelli di oggi non sanno nulla di quelli di ieri, e quelli di ieri sono a “godersi” la demenza senile e non pensano a testimoniare la loro fatica, il loro sapere, le loro virtù sociali, magari coi loro errori, ma siccome hanno realizzato, prodotto, costruito, abbellito, restaurato, quelli di oggi devono saperlo e persino scusare qualche infortunio in buona o in malafede I maestri della formazione dei ragazzi - i cui libri scolastici vengono quasi tutti dal nord - rimpinguano di virtù locali le menti degli alunni, ci sono libri scritti da autori nostri anche viventi che meritano essere letti, portati a modello di stile e di contenuti: un romanzo, un racconto, un saggio, una scoperta, un quadro d’artista, una poesia, una vignetta (ciao, Melanton!). Invece vengono ignoratI, se non invidiati e sprezzati. Propongo la creazione di un salvadanaio pro Historia animae civitatis e di un corpo magistrale (uomini e donne di valore galatinesi) che si dedichino allo scopo.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                   1 cont.

Il prete della Messa, il prete della Pasqua è il prete della consegna di se stesso e della sua vita ad un ideale d'amore e di servizio gratuito, senza lucro ed esibizione. Prima della celebrazione domenicale si scomoda a lavare i piedi, ossia ad una condizione di umile servizio che si adempie dopo un saluto di omaggio - ampio e proteso, sorridente e amabile - al Popolo di Dio già radunato e in attesa di ricevere il pane della Parola e dell‟Eucaristia; e perché il saluto di omaggio esprima in pienezza e visibilmente il servizio che il celebrante rende all‟Assemblea, egli abbraccia un vecchio, un bambino, si piega su un‟anziana donna col bastone e la bacia, s‟accosta ad una ragazza in carrozzella e le fa una carezza. “Vado a Messa”, così ci si espresse in tempi lontani; occorreva infatti un detto semplice e accessibile a tutti. Forse sarebbe stato più indicato dire “vado a Pasqua, andiamo a Pasqua”, chissà che in qualche antico padre della Chiesa non si trovi questo complemento di direzione comprensibile e pregnante. Due citazioni, Papa Francesco: “Ogni celebrazione dell‟Eucaristia è un raggio di quel sole senza tramonto che è Gesù risorto.

Partecipare alla Messa significa entrare nella vittoria del Risorto, essere illuminati dalla sua luce, riscaldati dal suo calore”1 ; e Mons. Donato Negro: “L‟Eucaristia domenicale non è semplicemente una ricarica, ma lo specchio concreto di come vive e opera pastoralmente una comunità parrocchiale. È il luogo dove la Chiesa risplende in tutta la sua ministerialità (funzione e missione di servizio, N.d.A.) non solo come unità ad intra ma anche come missionarietà ad extra”.

La Chiesa vive ed opera nella testimonianza dei credenti e si realizza nei liberi sentieri della missione. La pastorale missionaria anche ai nostri tempi raccoglie le provocazioni intinte di sangue, che vivifichino l‟impegno di sensibilizzazione e formazione delle comunità parrocchiali in una missionarietà ad gentes che, al di là dei confini geografici, ritracci in ogni dove la bellezza dell‟annuncio e la vigoria della carità. Don Fedele Lazari ha svolto la sua missione sacerdotale liturgicamente nella luce e nel calore di Cristo dell‟Eucaristia, ed evangelicamente nello spirito della missionarietà, nel suo farsi prono e prossimo agli umili e ai sofferenti non solo vicini ma anche lontani: egli è stato il prete della Messa Carne e Sangue di Cristo, lo ha offerto e si è offerto alla Chiesa “ovunque ci fosse un‟anima da salvare”, come annota su un taccuino da lui consegnatomi. Questo testo dedicato alla sua figura non ha alcuna valenza storiografica o intento di cavalcare l‟attuale onda canonizzatrice.

Può darsi che Don Fedele si dissoci da quel che scrivo e mi tiri le orecchie, e altrettanto faccia chi legittimamente non condivida; ma - passi il detto giovanneo - “quel che ho scritto ho scritto”. Del resto non sono stato io a suggerire alla civica amministrazione – cosa encomiabile – di conferirgli un riconoscimento tutto laico; mentre mi riservo, per le ragioni che esporrò in un capitoletto, di giustificare un altro segno distintivo della sua personalità: infatti egli senza volerlo ha fatto girare nel mondo dei più poveri il nome della sua e nostra Città; in Africa hanno voluto targare una chiesa coi nomi di Don Fedele e Maria Lazari di Galatina, cosa da loro non richiesta, ma per quelli di là erano i nomi della carità evangelica.

I titoli del libro che seguono coi sottotitoli paragrafici che orientano sono un tentativo di rivivere da “passante” accanto a lui, il nostro prete più amato, sulle stesse strade le emozioni e le passioni a corona del suo profilo spirituale e pastorale. Scriverne con contezza dei canoni storiografici è sempre possibile, già che il materiale - diari spiritali e quaderni con appunti e schemi di lavoro - si sono resi disponibili; cammin facendo ne do dei passi significativi, e al termine una consistente appendice dedicata ai diari.

                                                                          Don Salvatore Bello


                                                   GALATINATU.IT                                                                                     

                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                          SETTIMANALE DI IDEE E DI MEMORIE

Scuola. Test Invalsi: uno studente su tre non capisce un testo di italiano

Igor Traboni 

courtesy of             

Avvenire, 10 luglio 2019

 

 

Ecco le novità e i dati dell'Invalsi 2019, applicato anche alle superiori: uno studente su due non raggiunge un livello adeguato in matematica. Al Sud risultati peggiori che al Nord

È un’Italia scolastica spaccata in due – con le Regioni del Sud male soprattutto in Italiano e Matematica - quella che emerge dai dati Invalsi, presentati alla Camera dopo le prove sostenute nei mesi scorsi dai ragazzi della II e V elementare, della III media, della II superiore e, per la prima volta nella storia di questo sistema di valutazione, dagli studenti del V anno alla soglia dell’esame di maturità (la prova Invalsi si è tenuta infatti a marzo).

E proprio questi ultimi dati sono tutt’altro che confortanti, peraltro in linea con quanto emerge anche dalle prove della terza media. Come se in pratica il ciclo delle superiori non fosse servito a colmare, se non in parte, quelle lacune che i ragazzi si portavano dietro dai tre anni delle medie.


Ma vediamo più da vicino proprio il dato dell’ultimo anno delle superiori.

Solo il 65,4% degli studenti raggiunge risultati almeno adeguati in Italiano. Percentuale che scende al 58,2% in Matematica e precipita in Inglese, dove il 51,8% raggiunge il livello B2 nella prova “reading” (lettura) e appena il 35% nella prova “listening” (ascolto).


In terza media.

I dati forniti dall’Istituto Invalsi, e illustrati dal presidente Anna Maria Ajello, differiscono di poco e recitano così: a livello nazionale gli studenti che ottengono risultati adeguati in Italiano sono il 65,60%. E qui si parla del livello 3. Desta quindi non poca preoccupazione che il restante 35% si fermi ai livelli più bassi.


A proposito della Matematica, è interessante fare un altro accostamento tra i dati appena riportati dell’ultimo anno delle superiori e quelli della terza media: in quest’ultimo caso, il 38% dei ragazzi non raggiunge risultati soddisfacenti (sempre al sud andiamo oltre il 50%) e il ricercatore Roberto Ricci, che ha curato la stesura dei dati per l’Invalsi, non ha usato mezze parole nell’affermare che in tante zone del sud ci sono ragazzi che arrivano alla terza media con basi da quinta elementare. Secondo il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti i dati Invalsi presentano «innegabili motivi di preoccupazione».


estratto a c. di D.S.B.

Galatina, 17 marzo 2019

La  gradita presentazione di un 

LIBRO BIOGRAFICO 


SU DON FEDELE LAZARI

scritto da Don Salvatore Bello

a cura del Filo di Aracne della Parrocchia  di S. Biagio - Galatina

il 15 marzo u.s., in Sala Pollio  

L’invito fatto dal Filo di Aracne nella persona del presidente del Circolo Athena prof. Cesario Duma alla presentazione del libro sulla figura di Don Fedele Lazari scritto da Don Salvatore Bello, ha avuto un buon riscontro di pubblico e una viva partecipazione  all’ascolto dei relatori. Il prof. Duma ha evocato momenti significativi della sua amicizia con Don Fedele, ad es. l’essere stato da lui vivamente interessato sulla preoccupante situazione di degrado del tetto della chiesa Madre, nella collaborazione richiesta di un’attenzione particolare della scuola, docenti ed alunni, nei riguardi dei bambini con gravi patologie, nell’avergli riconosciuto virtù morali e meriti indiscussi sociali di alto profilo conferendogli il premio La Civetta d’Argento. Don Salvatore Bello ha esposto le linee di impostazione di un lavoro biografico su Don Fedele sia sul filo della memoria, avendo con lui convissuto fin dal 1950, dai tempi dell’A. C. e del seminario, sia attraverso gli scritti di lui (diari in particolare) e il carteggio passivo.

Don Pietro Mele ha proposto una lettura della vita e dell’attività di Don Fedele nel quadro di una chiesa locale in Galatina ricca di fervore e di figure di laici cristianamente esemplari che contribuivano a creare le condizioni per una nascita e crescita di vocazioni sacerdotali come quella di Don Fedele, che perseguiva la sua santificazione (i suoi diari sono zeppi di questa tensione) nell’ambito della santità comune vissuta nelle associazioni e nella parrocchia. Altre figure, di laici in particolare, andrebbero richiamate degnamente alla memoria, ha detto Don Pietro. Il prof. Giuseppe Magnolo ha puntato sul testo biografico di Don Salvatore Bello, nel quale ha riconosciuto una pregnanza di scrittura riveniente dall’essere l’autore un poeta, sì che nel libro fiorisce spesso uno stile di atmosfera lirica, che rendono lo stesso prezioso e singolare. Il prof. Magnolo ha letto dei brani riferiti alla persona di Don Fedele, e due poesie (di Don Salvatore) in cui egli ha visto una proiezione della sua missione sacerdotale e pastorale. Al termine sono intervenuti dal pubblico la prof. Lucianna Lazari che ha letto una toccante missiva a Don Fedele in occasione del suo 50° di sacerdozio (2004), e Mons. Aldo Santoro che ha avvalorato con la presenza e la sua parola il ricordo commosso che egli serba del suo predecessore parroco. Numerosi i presenti che hanno richiesto copia del libro Don Fedele “Il mio cuore sacerdotale” pp. 288 in esposizione in sala Pollio. Insieme con la redazione  del Filo di Aracne, Il Circolo Athena e la Parrocchia di San Biagio che hanno collaborato alla riuscita della ben seguita ed eseguita manifestazione.


D.S.

Il prof. Giuseppe Magnolo nella sua esposizione.

Galatina, 7 marzo 2019

DON FEDELE LAZARI RICORDATO DAL FILO DI ARACNE

Venerdì 15 marzo 2019, ore 19 - Sala Pollio

Galatina, 15 luglio 2019

QUANDO IL MARE DICE BASTA

 I migranti e la loro dignità fino alla casa e al lavoro

La responsabilità della Chiesa e delle Religioni


a c. di D. Salvatore Bello


Quando il mare dice basta. Ma non lo dice mai, perché sa di che è fatto l'uomo, conosce il suo coraggio, l'amore per l'avventura, la forza del desiderio di libertà e dell'odisseica sete di conoscenza. Ma il mare è anche un luogo teologico, così è stato definito religiosamente dalla teologa Giuseppina de Simone della facoltà teologica dei Gesuiti di Napoli, che il sottoscritto ha frequentato nei lontani anni Sessanta (1957 al 1961).

Il mare nella sua totalità, dovunque si espanda, è un luogo di comunicazione ed una riserva di vitalità per l’umanità intera. Immettersi nel mare vuol dire tre cose: nutrimento, relazionalità e godimento. Altre apposizioni si riducono a queste tre. Il mare come il cielo sono la più grande risorsa alimentare della terra, entrambi costituiscono l’universale vessillo blu. La qualificazione aggiuntiva per il Mediterraneo, di luogo teologico è appropriata nella misura in cui gli sguardi convergenti in esso da una parte (paesi europei) e dall’altra (paesi africani) si incrocino e si comprendano.

La realtà è un'altra, sarà disumana, una inciviltà, ossia la fuga da una parte e la rapina dall’altra. Occorre  anzitutto che l’Europa e non solo essa (Russia e Cina) costituisca una speranza di progresso per i paesi dell’Africa e non di puro sfruttamento delle risorse di quel continente, insomma una politica di mercato EurAfrica a livello di istituzioni governative e imprenditoriali, con un piano pluriennale che contenga il diritto di patria a fondamento di tutti gli altri diritti che le nazioni devono garantire ai loro popoli, ad evitare gli spopolamenti delle migliori forze lavoro nel proprio paese nativo.

E qui faccio appello alla Chiesa, alla mia Chiesa acché con tutte le altre religioni rappresentate dalle relative autorità promuovano la sincronia di una grande Onu del Mediterraneo decisa a trasformare in competenze reali le speranze di progresso dei popoli sottosviluppo: non è ammissibile che i diritti alla vita, al lavoro, alla pace, alla libertà, e quant’altri, siano affidati all’espatrio per fuga dei giovani del nostro sud verso il nord, dei giovani africani verso le terre europee. La Chiesa non ammette una emigrazione che metta a rischio la vita di chi emigra e ribalti le economie già instabili delle regioni di immigrazione alla ricerca esse stesse di sviluppo. L’accoglienza che la Chiesa o le chiese devono umanamente e religiosamente proporre è quella dello Spirito di Dio che ha messo ordine nel caos, e che restaura il disordine provocato dall’uomo. In questi anni di immigrazione caotica – i morti sono stati migliaia – la ragione ha perso il suo orientamento, e la ragion politica di tutte le parti in causa ha dilagato e dilaga ancora, e non perché non abbia accolto i profughi di qualunque provenienza, ma perché ha determinato una sorta di fuggi fuggi da una parte e di inerzia e tentennamenti dall’altra. Il fuggi fuggi è stato fatto gestire dai mercanti di vite umane e da navigatori solitari da inquadrare meglio in una formula trasparente al cento per cento, e da una ordinata valutazione e soluzione di problemi connessi. Mentre la gente moriva in mare, e continua a morire, si discute di sigle e non di soluzioni che evitino da una parte i naufragi e dall'altra siano risolutive del problema dei disumani centri detentivi libici, ma i nostri in Italia sono dei paradisi?

Non siamo ai primordi dei flussi migratori dai paesi europei verso le Americhe, ma in una pluralità di esperienze migratorie interne controllate o non controllate dalle frontiere, col rischio  che il caos prevalga, la solidarietà diventi sempre più difficile e fraintesa, 

Ricordate quel che fece il Signore quando si trovò di fronte a migliaia di persone affamate nel deserto? Ordinò agli apostoli, ossia all'umile governo della Chiesa che egli preparava, di far sedere ordinatamente tutta la gente in gruppi di 50, in tal modo potè sfamarli tutti e addirittura far raccogliere 12 ceste di tozzi di pane miracolato. E ricordate il vangelo del buon samaritano? Cosa fece costui? Se lo mise a cavallo e lo portò all'albergo pagando il vitto e l'alloggio. 

Diciamo pure (a noi stessi prima che agli altri) “prima la persona”, la sua salvezza dall'annegamento, e dopo tutto il resto; ma intanto cosa si fa per preparare il terreno dell'accoglienza? Per poter accogliere occorre inviare i soccorsi istituzionali (navi in mare, aerei nel deserto), e raccogliere ordinatamente di cinquanta in cinquanta gli esuli ammassati e distribuirli tra i vari paesi europei in abitazioni già predisposte ad "albergo". Proprio perchè l'uomo ha la dignità di persona, occorre imitare l'esempio divino, Dio che ha atteso (per capirci) miliardi di anni prima di metterci al mondo su un pianeta meraviglioso da lui fatto sorgere dopo una intensa preparazione davvero sapienziale.

Sarà un sogno questo che ho trasferito in questa nota, per me appassionata, ma questo non vuol dire che una barca che fa naufragio non debba essere soccorsa, ma una volta soccorse le persone si riportano immediatamente ai siti di provenienza e attendono il loro turno che andrebbe predisposto in anticipo.

Senza dire che la Chiesa come Stato sovrano potrebbe proporre che una porzione dei migranti li possa adottare distribuendoli in comunità cristiane attrezzate per far questo in Europa o altrove. Il pasto quotidiano gratuito attenua la fame di cibo, ma non quella di dignità della persona: la Chiesa dica come Disse Yahwè a Davide: "Io ti preparo una casa". Si insegni sempre più alle famiglie cristiane di adottare persone immigrate che si invitano a rispettare i luoghi dati in abitazione, spesso ridotti a stalle.

Il direttore di Avvenire ha perfettamente ragione quando dice che conta prima di tutto la “persona” da salvare, e poi? Alla persona salvata una casa gliela diamo, non una casa qualsiasi, ma dignitosa; dica alle migliaia di suoi lettori sacerdoti compresi che ogni anno contribuiscano a offrire alla Caritas nazionale l’abitazione che hanno in più per una famiglia di migranti. Una colletta Domus Caritatis, e poi quel che ha da dire ai nostri governanti pigri e insolventi lo dirà con più autenticità, coerenza e verità. I governanti oggi ci sono, domani salgono altri, la Chiesa è perenne.

Credo che tutti i migranti anche in attesa nei centri libici o in altri luoghi del nord Africa siano informati della Caritas italiana e mondiale, e sappiano che i cristiani hanno un cuore buono, i Nunzi dei paesi africani si concentrino e operino, perché il Signore dice anche a noi oggi: Fateli sedere a mensa per cinquanta e date loro da mangiare, da abitare, da lavorare. Credo che già imprenditori cristiani facciano la loro buona parte per assumere migranti nelle loro aziende, moltiplichiamo questi esempi. Il direttore di Avvenire Tarquinio ieri 14 luglio sintetizzava così il suo pensiero in merito alla dignità dei migranti: chiudere "le strade rischiose sgominando i traffici sporchi, senza insultare le persone per bene che si preoccupano di impedire la morte di chi fugge dalla Libia continuando il suo cammino di emigrante. È possibile, basta volerlo. Basta ricominciare in modo giusto". Chiudere le strade rischiose (il deserto e il mare) e ricominciare. Come? Un po' l'ho...sognato! Alla diffusa capillarità dei canali umanitari spontanei e privati, si aggiunga la risolutiva iniziativa dei governi europei. Le Conferenze Episcopali di tutta Europa e dell'Africa nulla possono fare? 

Spendo poche parole per la capitana dell ONG: non giudico se abbia fatto bene o male a forzare il cordone dei nostri Finazieri, io l'avrei invitata a scrivere una lettera dignitosa e rispettosa al ministro dell'Interno chiedendo con parole che solo una donna di profondo sentire come lei avrebbe potuto usare, assicurando una sua disponibilità a trasferire a sue spese alcuni dei migranti nel suo paese di origine. Lei sa bene che ogni diritto di terra, di cielo e di mare è regolato, lo si voglia o meno; una richiesta ragionata, leale e rispettosa è molto probabile che non le sarebbe stata respinta.

d.s.b.