memoriebis

Galatina, 2 Gennaio 2018

CON DON FEDELE LAZARI GALATINA HA VARCATO

I CONFINI NAZIONALI

Votatosi al riscatto degli umili e dei diseredati,

i suoi aiuti raccolti tra le famiglie, tra le chiese

e le scuole, raggiungevano i continenti africano, latino americano ed indiano.

 

a c. di Don Salvatore Bello

 

Preme considerare mons. Fedele Lazari una figura che ha onorato

la sua e nostra città, Galatina, contribuendo fattivamente e in maniera copiosa a sostenere la dignità dell'esistenza umana laddove questa era più mortificata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

e bisognosa di redenzione, parliamo di paesi del terzo mondo. La sua è stata di per sé una degna testimonianza sul piano sociale, per cui possa essere iscritto nella lista delle nostre persone illustri, tenutosi egli peraltro discreto ed umile, lontano dai plausi.

Con la letteratura, la teologia, la filosofia, la medicina, la musica, la matematica, sono nove i galatinesi che hanno portato oltre i confini nazionali la loro origine salentina e galatinese. Il merito di Don Fedele Lazari è in un ulteriore segno, quello della solidarietà (che va ad aggiungersi ai sei anzidetti) con cui ha prodotto valori di civiltà dovunque essa è approdata. A ragione possiamo dire che una Galatina solidale ha viaggiato nel mondo più povero e diseredato, di lebbrosi e di bambini denutriti e malati che popolavano le regioni del continente africano, altre che dell’America latina delle favelas e dei ragazzi senza tetto e abbandonati, e dell’India che andava aprendosi al Vangelo. Restavano escluse dalle sue braccia tese l’immensa Cina e le terre dei poli nord e sud, per il fatto che erano difficili i contati e scarse le conoscenze.

Don Fedele tesseva relazioni coi missionari italiani che egli aveva conosciuto frequentando Roma e gli istituti di missione, e avvicinando soprattuto preti e prelati d’Africa. Il Seminario Romano da lui frequentato accoglieva diversi giovani neri che sarebbero divenuti sacerdoti e vescovi restandogli amici.

Una volta tornato definitivamente a Galatina, dopo aver svolto per alcuni anni l’ufficio di segretario di mons. Raffaele Calabria da Otranto passato arcivescovo a Benevento, egli rivelò un entusiasmo di autentico "evangelizzatore" nello spirito di S. Teresa del Bambin Gesù, la quale risiedendo nel Carmelo di Lisieux e senza mai toccare una terra di missione, si votava a Cristo con la preghiera e la penitenza per la santificazione dei missionari e per la diffusione della fede cristiana nel mondo, fino ad essere proclamata con S. Francesco Saverio compatrona delle missioni.

Don Fedele, per essersi fin da giovane dato alla lettura delle riviste missionarie allora più note, come Il Piccolo Missionario e Nigrizia, ne assimilò lo spirito e le esperienze più vive, sì che il suo sentimento si arricchì di questo dono di grazia, da voler lui contribuire alla Missione nel mondo pur restando in patria e in diocesi. Come? La risposta era: con la carità, amore e impegno di carità, virtù che gli era tanto congeniale, direi, se pur richiedesse sacrifici e costanza: aiutare i missionari a costruire scuole, ospedali, chiese, orfanotrofi, e costituire associazioni formative diventò per lui un campo di apostolato vivo e concreto.

Da Galatina iniziò il viaggio di sola andata di aiuti in lire e poi in euro che raggiungevano direttamente le terre di Missione africane; noi galatinesi vedemmo per la prima volta sacerdoti e vescovi di colore che egli accompagnava nelle nostre chiese e nelle scuole per comunicare entusiasmo nel professare la fede in Cristo, e generosità nel dare il poco, ma talora anche il molto di cui fedeli ed alunni disponevano. Lo stesso si dica delle missioni delle terre sudamericane, e dell’India. Solo qualche nome, come quello di Marisa Cairo romana, docente di matematica fattasi laica missionaria tra i pigmei dell'Africa equatoriale, da lui e dalla sorella Maria aiutata con oboli consistenti nelle sue opere di solidarietà; poi l’arcivescovo di Benares (India) mons. Patrizio D’Souza, suo compagno di seminario; e numerosi preti e prelati neri. Sia questi che la Cairo facevano il loro proficuo viaggio venendo sin qui a Galatina dove una cerchia abbastanza ampia di cittadini ed amici offrivano quel che avevano questuato tra loro e nelle associazioni. Numerosi gli adulti che ricordano l’entusiasmo che Don Fedele creava nelle scuole, Elementari e Medie (la G. Pascoli in particolare), dove essi da alunni facevano a gara per risparmiare la liretta da mettere nel salvadanaio scolastico custodito da uno di loro.

L’altra occasione, che Don Fedele utilizzava per solidarizzare coi più abbandonati dei paesi arretrati in tutto, era la Giornata mondiale per i malati di lebbra, istituita nel 1954 da Raoul Follereau, scrittore e giornalista francese, molto attivo nella lotta alla lebbra; si celebrava l’ultima domenica di gennaio in tutte le chiese, quando si leggeva il miracolo dei dieci lebbrosi operato da Gesù. Egli la preparava bene facendo pervenire stampati in manifesti, depliant, riviste e immaginette da diffondere nella famiglie e tra gli alunni. Proponeva allora la figura di Follereau che scelse di dedicare la sua vita per la creazione di lebbrosari in loco, meritandosi l’appellativo di Apostolo dei lebbrosi; famoso il suo libro "Se Cristo domani", versi come questi che seguono, e che Don Fedele leggeva ai suoi alunni:

Se Cristo, domani, busserà alla vostra porta, lo riconoscerete?

Sarà, come una volta, un uomo povero, certamente un uomo solo.

Sarà senza dubbio un operaio, forse un disoccupato,

e anche, se lo sciopero è giusto, uno scioperante.

Salirà scale su scale, senza mai finire.

Ma la vostra porta è così difficile da aprire.

«Non mi interessa» comincerete prima d'ascoltarlo.

E sbatterete la porta in faccia al povero che è il Signore.

Sarà forse un profugo,

uno dei quindici milioni di profughi

con un passaporto dell'ONU, uno di coloro che nessuno vuole,

e che vagano un questo deserto che è diventato il Mondo;

uno di coloro che devono morire

«perché dopo tutto non si sa da dove arrivino

persone di quella risma...».

O meglio ancora, in America, un uomo nero,

un negro come dicono loro,

stanco di mendicare un buco negli alloggi di New York,

come una volta a Betlemme la Vergine Nostra Signora...

Se Cristo, domani, busserà alla vostra porta, Lo riconoscerete?

La foto in b/n, che accompagna questa sesta mia pagina su Don Fedele, è di una forte eloquenza, egli che presenta un vescovo nero e il suo segretario prete anche lui nero, ai fedeli delle nostre chiese, nel caso in San Biagio.

Il suo anelito missionario credo che abbia inciso notevolmente nell’animo di molti galatinesi, rassodando la loro fede in Cristo che rivolto ai suoi discepoli aveva raccomandato : “Andate in tutto il mondo, predicate il vangelo a tutte le nazioni”. Don Fedele sentì come rivolta a lui questa esortazione del Signore, e ha fatto tutto quanto poteva, e forse più, per uno scopo così grande, dando a tanti missionari e suore il conforto di una carità concreta, utile a sanare le ferite del corpo e a sostenere la diffusione della buona novella.

 

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Galatina, 5 Marzo 2018

DON FEDELE LAZARI

e il deposito della provvidenza

Vestiario nuovo e usato, carta ed arredo

 

a c. di Don Salvatore Bello

 

La dimora di Don Fedele Lazari si potrebbe definire Il depoisito della Provvidenza. Anticamente la via Federico Mezio terminava poco avanti il palazzo della famiglia di Giovannino Lazari, la cui costruzione risale alla fine del XIX secolo o al massimo agli inizi del XX. Tra esso e il lato opposto v’era una vecchia costruzione massericia che chiudeva la linea stradale lasciando sulla destra aperto un sentiero sterrato e

tortuoso che portava alla chiesa ex

abbaziale dei Bianchini o Banchini

(Olivetani, secc. XVI-XVII, poi di

San Biagio).

Una parte del giardino tra l’attuale

via Piccinni e largo Bianchini era di

proprietà del padre che la vendette

anni postbellici come suolo

edificatorio sul quale sorse un intero

quartiere compresa una palazzina di

quattro appartamenti di proprietà

Lazzari, poi alienati. Don Fedele conservò la sua dimora nella grande casa paterna, in cui al piano terra vivevano due zie, e al piano superiore lui coi genitori e la sorella maggiore Maria, mentre la minore sposatasi col prof. Carlo Minafra rimasto vedovo, si trasferì nella sua abitazione di via Grassi dove tutt’ora vive con un figlio, Alberto lasciato da Don Fedele erede della dimora di via Mezio. E’ in atto una sua trasformazione che consenta di ospitare nei mesi estivi e non solo famiglie richiedenti asilo turistico.

Passando e ripassando per via Mezio lo sguardo si posa spontaneamente e con un po’ di rimpianto su questo palagio rimasto giustamente inalterato nella sua struttura: da sinistra, un grande portone che dà nella cosiddetta ramesa un lungo androne per deposito agricolo e poi anche garage.

Dacché Don Fedele ritornò definitivamente a Galatina - dopo la sua esperienza di servizio alle dipendenze dell’Arciv. Raffaele Calabria a Benevento - e terminata con la morte del padre la colonìa di questi dai Bardoscia, il locale divenne la dispensa di raccolta dei vestiti usati per i poveri che ne abbisognavano, e un grande deposito di carta che periodicamente veniva prelevato da un'azienda di traformazione dietro buona ricompensa, il cui ricavato andava a beneficio delle Missioni.

In via Mezio ai numeri 7-9-11 v'era il recapito della "Provvidenza", dove confluivano oltre che denari anche vestiario, carta e pacchi di viveri e robe nuove e usate in buone condizioni da parte delle famiglie sensibilizzate da Don Fedele nelle sue chiese e con le sue visite a domicilio, e dalla sorella Maria, una vera apostola anche lei delle Missioni. La vecchia Fiat di lui trasportava il cartaceo che aveva opportunità di reperire strada facendo di giorno in giorno, o che gli veniva recapitato manualmente nelle sacrestie. Mentre al piano superiore dell'abitazione si tesseva la tela della beneficienza allorché gli assistiti bussavano per ricevere aiuto sia in denaro sia in cibarie. Possiamo dire che Don Fedele “ha moltiplicato” i pani e i panni a beneficio di tante famiglie bisognose che trovavano il lui una fonte sicura di sostentamento in situazioni che erano tenute però strettamente riservate, senza mai alcuna ostentazione.

Quando la raccolta di carta e di vestiario cessò per sopravvenute difficoltà di mercato, Don Fedele trasferì tutto il suo impegno nella raccolta di oboli per continuare l’assistenza diretta a precisi luoghi di Missione. A questo servivano anche le lotterie e le fiere del dolce tenute nella sala della sacrestia. Mentre la sorella Maria continuava a sostentare come meglio poteva anche le persone bisognose di Galatina.

Con la sua morte, il deposito della Provvidenza di Via Mezio è solo un felice ricordo, e un po’ il “cuore” si ferma davanti alle porte e alle finestre chiuse; più non si posano le mani amiche sul campanello immutato sempre quello per chiamar i due econfidare loro una pena, chiedere un aiuto, fare semplicemente una visita. Quanti volti Don Fedele ha conosciuto e quante volte l’abbiamo sentito ripetere: “Ti ho cresciuto”, “L’ho cresciuto”, oppure “Don Fedele m’ave crisciutu”. Migliaia di galatinesi lo hanno sentito vicino, un fratello e un padre, un amico ed un benefattore. Sulla facciata della sua casa metterei una lastra con su scritto qualcosa del genere:

“DON FEDELE, GRAZIE DI TUTTO, TU GRAZIA DI DIO PER TUTTI NOI”.

©

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Galatina, 28 Febbraio 2018

DON FEDELE LAZARI

PADRE DELLE TRE CHIESE

La Matrice, L'Immacolata e Lo Spirito S.

 

a c. di Don Salvatore Bello

 

Don Fedele amava la Chiesa ed il Papa, aveva vissuto i più importanti anni della sua vita di formazione a Roma accanto al Vaticano e quindi alla Sede Apostolica. Nel seminario era stato avviato alla devozione della Madonna della Fiducia, che implorava ogni giorno per la fedeltà alla sua vocazione sacerdotale e per la salvezza delle anime; i ricordini che stampava in occasione degli anniversari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

del suo sacerdozio, portavano sempre l’immagine della Madonna della Fiducia che distribuiva ai fedeli e agli amici con un pensierino stampato nel retro a mo’ di richiamo spirituale e mariano insieme.

Tornato a Galatina definitivamente, egli chiese che gli venisse affidata la rettoria dell’Immacolata, già di S. Maria delle Grazie o della Grazia, 1508, ricostruita nel 1720-'43, opera voluta dai frati Domenicani. Chi entra oggi in questa chiesa e leva lo sguardo sulla volta dell’abside vede in una vetrata l’immagine della Madonna della Fiducia venerata nella cappella del Seminario Romano. Don Fedele tra le varie immagini commissionate ad un artista locale, Domenico Toma, gli chiese di riprodurre quella a lui più cara.

Amando la Madonna della Fiducia non poteva non affezionarsi al titolo che richiama il più alto privilegio dopo la divina Maternità di Maria, ossia la sua immacolata Concezione. E trovandosi nella chiesa omonima molto cara al popolo galatinese, a questa egli riservò la sua più viva attenzione, per renderla sempre più bella e ristorarne la maestosa struttura che unisce al neoclasscismo delle linee, una decorazione barocca degli altari non tanto raffinata quanto invece esaltata nei volumi quasi a manifestare la robustezza della santità del luogo sacro che sancisce la vittoria definitiva della Grazia sul peccato e sul male.

In questa rettoria officiava una delle due congregazioni laicali galatinesi col titolo di arciconfraternita accanto a quella dell’Addolorata in via Siciliani, particolarmente legata al suo rettore, dopo aver usufruito in precedenza della direzione, in successione, del can. Don Giuliano Capani, del parroco Mons. Salvatore Podo e di Don Giuseppe Tundo che costituito parroco alla morte di Podo, rese disponibile per altri la rettoria dell’Immacolata. Don Fedele continuerà ad officiarla anche da parroco della Matrice e fino alla sua morte.

Vi celebrava al mattino tutti i giorni compresa la domenica, conservando le tradizioni radicate nel luogo sacro, i tridui e le novene in onore della Madonna e dei santi in particolare San Tommaso d’Aquino, la processione l’8 maggio con la pioggia di rose dall’alto, con la predicazione affidata a un sacerdote esterno col quale era in amicizia.

Accanto all’apostolato di evangelizzazione e liturgico, la sollecitudine per le chiese che officiava - la seconda quella dello Spirito Santo detta popolarmente dei Cappuccini, e la terza da parroco la Matrice -. Quel che lui ha speso per questi luoghi sacri l’avrà certamente annotato nei suoi registri, ma sappiamo che è nell’ordine di centinaia e centinaia di migliaia di Euro pari ad oltre due miliardi di lire, reperiti tra i fedeli di Galatina che ne apprezzavano ed amavano la sua figura di sacerdote esemplare, umile e socievole insieme sì da esserne conquisi, e quindi assai generosi e pronti ad aiutarlo nell’impresa di ridare stabilità e decoro alle sue chiese, e arricchirle di preziose tele coi misteri della Madonna e dei santi protettori. I finti finestroni dell’abside dell’Immacolata mostrano i dipinti di scene evangeliche della Madonna (La visita a S. Elisabetta, Le nozze di Cana, La sacra Famiglia, L’Addolorata) ed alcune vetrate medaglioni (Lourdes, Fatima, La Madonna della Fiducia); tutti e sei i maestosi altari laterali li ha fatti ripulire, ricuperando il colore naturale della pietra leccese, lavori anche sulla volta e all’esterno nel giardinetto del quale però il Comune gli ha chiesto la restituzione facendone un luogo di sosta aperto al pubblico.

L’abside e le arcate della chiesa dello Spirito Santo sono state arricchite anch’esse di dipinti: San Fedele, i quattro Evangelisti, Profeti; reintonacata l’intera facciata della chiesa, restaurata all’interno, ripavimentata, arricchita di ogni arredo del luogo e della persona del sacerdote. Ora che lui non c’è più, le due chiese restano aperte solo la domenica per la celebrazione della Messa.

La funzione delle rettorie è stata di recente sottovalutata dalle autorità ecclesiastiche vedendone una distrazione della figura del sacerdote da un ambiente pastorale più centrale qual'è la parrocchia; in realtà esse adempiono ad una linea di raccordo con le passate generazioni che le crearono e ne espressero il loro profondo sentimento religioso, un retaggio prezioso che si affaccia sui fedeli dalle pietre della struttura sacra, dalle epigrafi, dai dipinti che raffigurano santi e fatti storici (ad es. La battaglia di Lepanto nel santuario della Luce), dai vari ambienti che conservano affreschi e decorazioni di ingressi, ecc. Non celebrarvi in questi luoghi vuol dire, a mio giudizio, disperdere un patrimonio spirituale non indifferente, basti pensare ad un'altra chiesa, quella dei Battenti (S. Maria della Misericordia) di solito tenuta chiusa coi suoi tesori di dipinti di scene evangeliche e di figure agiografiche.

Detto questo, aggiungiamo che mportanti lavori di restauro strutturale e decorativo sono stati effettuati sotto di lui nella chiesa Madre col contributo dello Stato e l’integrazione di oltre 300mila euro da parte della parrocchia. Ed anche qui Don Fedele ha trovato il modo di raggiungere la somma dovuta.

Questi erano non solo i luoghi sacri deputati alle celebrazioni di rito, ma anche i luoghi degli incontri con quanti chiedevano di potergli parlare, e allora Don Fedele era trattenuto spesso fino a tarda ora, quando lo esigeva lo stato delle persone che a lui si rivolgevano. E gli incontri anche quando si protraevano non diventavano noiosi, perché Don Fedele sapeva intervallare il discorso di valore o di virtù con le sue occasionali battute e narrazioni facete che rendevano piacevole e costruttivo intrattenersi con lui.

Quanto i galatinesi rimpiangano la sua presenza tra loro lo verifichiamo tutti i giorni; del resto ogni sacerdote che viene meno lascia o lascerebbe un vuoto per sé incolmabile, se non fosse per un’azione di recupero della memoria che si fa or qui or là: un richiamo di lui in una celebrazione di suffragio, un anniversario della morte, una fotografia sull’web virtuale, una nota di tanto in tanto come queste che vi trasmetto, un ritrovarsi di gruppi e di amici a parlare di lui, a sostenere le opere da lui lasciate in eredità.

Ma il rimpianto per la sua dipartita è stato avvertito in tanti altri luoghi che egli ha frequentato per la predicazione ai fedeli e ai giovani, alle suore (v. Collepasso) e ai catechisti; anche in paesi di diocesi diverse dalla nostra.

Ora siamo costretti a guardare in alto, per immaginarcelo tener banco con le anime del Purgatorio a consolarle e a mostrare loro il cancello del celeste giardino, di quell'Eden paradisiaco che esse bramano e la cui apertura ritarda e fa patire. Don fedele lassù saprà trovare le parole giuste per intrattenerle e consolarle.

 

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MOREN SEM