Memorie

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Galatina, 20 Febbraio 2018

DON FEDELE E MARIA LAZARI

DUE ANIME IN RECIPROCA SIMBIOSI DI GRAZIA E DI APOSTOLATO

 

don Salvatore Bello

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esisteva una ferma sintonia tra Don Fedele e la sorella Maria (5.8.1926 -23.5.2007) la grande di casa? Certo, sintonia ferma e in un clima di fraterna amabilità. Lei s’era modellata spiritualmente su donne cristiane di sua diretta conoscenza tra le quali spiccavano le figure della magliese Ida Colucci, della galatinese Maria Pasanisi (10 anni più grande), e in campo nazionale della milanese Armida Barelli fondatrice della Gioventù femminile di Azione cattolica giunta a contare un milione di associate in tutte le diocesi (225) e parrocchie italiane (26mila circa), cofondatrice insieme a padre Agostino Gemelli dell'Università cattolica del Sacro Cuore e insieme a lui fondatrice dell'Istituto delle missionarie della regalità, una nuova forma di vita consacrata nel segno della laicità, e dell'Opera della regalità per la partecipazione attiva dei laici, molto prima del Concilio Vaticano II, alla liturgia.

Quale rimpianto passare davanti a quella porta di via Mezio e trovarla sempre chiusa, mentre un sussulto ti prendeva allora che da più che uno spiraglio s'affacciava il volto di Maria in attesa di qualcuna delle sue amiche abituali, e ci sarebbero nomi da fare, ma citiamo solo la sua amica più cara o una delle più care, Ada Marra che tanto avrebbe da dirci su Maria, "la quale - dice - non disdegnava anche davanti a me di rimproverare il fratello prete". E lui che uscendo da quella porta benedetta potevi salutare e ricevere in cambio il suo sorriso fresco di brezza mattutina. Il vecchio amico e priore della confraternita Rosario Mandorino lo attendeva dietro la porta già spalancata della chiesa bella e gloriosa dell'Immacolata, di San Domenico di Guzman e di San Tommaso d'Aquino, e di quel domenicano letterato e storico fra Alessandro Tommaso Arcudi (1655-1718) che la resse per alcuni anni come superiore arricchendola di arredi sacri e di una degna sacrestia. Don Fedele amava questa chiesa per la quale ha speso un patrimonio di donazioni ed offerte per renderla stabile, pulita, ornata di dipinti e vetrate. Ma di questo in un'altra pagina ancora da scrivere.

Armida Barelli fu la protagonista affascinante, la guida, la sorella a cui le giovani - e tra queste la casalinga Maria Lazari - guardavano con ammirazione, rispetto, gioia nel seguirne le linee formative e organizzative. Con una frase - si dice - si può spezzare la vita di un uomo, ma se ne può anche spiegare la vita; la frase è questa:

Stillstand bedeutet Ruckscritt: fermarsi nella via spirituale significa tornare indietro”. La frase è tedesca e la donna invece è italiana, milanese: Armida Barelli, fra le più energiche e volitive della Chiesa contemporanea e non solo.

Anche Maria Lazari sulle sue orme è divenuta una donna forte, una testimone di fede intransigente e di rara umiltà; sotto la sua voce misurata e pacata quasi sussurrata c’era il vigore della convinzione profonda e dell’offerta di se stessa per la vita e la vitalità della Chiesa.

Don Fedele questo lo sapeva, e solo lui poteva saggiare la dimensione della spiritualità della sorella; si pensi che lei considerava già una debolezza il soffermarsi a fare qualche considerazione su portamenti altrui riguardanti non la morale o le verità della fede ma l’utilità o meno di certe posizioni più leggere assunte talora da una socia. Il suo stile era di poter correggere senza offendere, e se questo non le riusciva, il solo confidarlo ad un’amica le appariva cosa non buona, da mancar di carità. La delicatezza del suo animo era palpabile, né lasciava trapelare mai una qualche superiorità pur avendo incarichi di guida diocesani nell’azione cattolica femminile. A lei non fu permesso dalla famiglia di proseguire gli studi, perché “la donna deve pensare alla casa”, ritenevano i suoi, il padre in particolare; quindi il non aver fatto studi superiori potrebbe aver reso imperfetto il modo di pensare, di parlare, di trovarsi tra donne laureate e preparate professionalmente. Ma accadeva l’incredibile, tutte le mostravano rispetto e direi sottomessa riverenza pur nello scambio amicale e nella conversazione alla pari.

Lei si era dato un modo di pensare e di riflettere, di sintetizzare un richiamo o una iniziativa, e di esporsi con la parola e con la gestualità del viso. Non di rado usava la lingua volgare, il nostro dialetto per manifestare più umilmente il suo pensiero.

Io l’ho accompagnata per qualche tempo nelle riunioni di consiglio dell’associazione donne diocesana e dei fanciulli. Era sempre attenta a svolgere il suo ruolo con un dialogo aperto e mai impositivo da parte sua. Giustamente il vicario generale Mons. Quintino Gianfreda all'omelia del funerale di lei in S, Biagio riconobbe icasticamente che "Maria Lazari appartiene a quel folto gruppo di uomini e donne del laicato della nostra arcidiocesi, che hanno lasciato una forte impronta di vita cristiana, di zelo apostolico e scia di sequela in molte comunità della diocesi".

Don Fedele quindi aveva in casa un tesoro di sorella, ai suoi occhi lei aveva un'autorità più materna che fraterna, sebbene non siano mancate talora le frizioni su qualche questione, più pratica che teorica. Lei aveva piena fiducia nel fratello, e lui avvertiva di dovere dare spiegazioni di un ritardo nel rientro a casa e in qualche decisione nella quale lei si sentiva in dovere di intervenire. Conoscendo tuttavia Don Fedele e il suo temperamento che aveva i suoi momenti di scattosità e di ripulsa, credo, a ragione anche, che egli avrà avuto dei momenti di attrito con la sorella Maria, non accettando di doversi non tanto piegare quanto sentirsi da lei frenato e quasi messo in guardia. Ma lei poi si ritirava in silenzio.

Avere avuto una sorella così è stato per lui una grande grazia, come l’azione cattolica nazionale avere avuto una testimone come Armida Barelli era non solo una grazia ma una vera e propria avventura nei cieli della bellezza spiritualeà e nei solchi della operosità viva e concreta.

Don Fedele soffrirà in silenzio per la perdita della sorella (trovando conforto e accoglienza nella casa della più piccola dei 4 figli, la vedova Margherita, già era morto da anni il fratello Pippi residente ad Alessandria): lei la mattina del suo ingresso in ospedale a Lecce volle ricevere il sacramento della riconciliazione, e uscendo dalla cappellina del Sacramento dove avevamo celebrato la santa Messa, giunta all’uscita si voltò e ci lasciò un tenerissimo sorriso, come se sapesse che quella sarebbe stata l’ultima sua liturgia.

Ora che anche Don Fedele s’allontana di giorno in giorno sempre più dal nostro sguardo fisico, non per nostra sopraggiunta indifferenza, ma per un fatto naturale per cui le cose da fare mettono in ombra le immagini più care, sentiamo che non di una figura siamo stati fatti orfani ma di una coppia benedetta, un fratello ed una sorella che erano un cuore solo ed un’anima sola (come San Benedetto con santa Scolastica).

Quel che è certo però che don Fedele venerava la sorella e se era molto riservata circa il bene che faceva, pensava lui di tanto in tanto a svelarci aspetti della su carità e del suo amore verso le persone bisognose che da lei ricevevano il cibo per la famiglia in difficoltà, senza dire della solidarietà che, come don Fedele, anch’essa praticava a piene mani nel sovvenire alle necessità della chiese missionarie.

Dicevamo di Armida Barelli che Maria giovanissima avrà potuto incontrare ad Otranto o altrove; ma certamente conosceva gli scritti della fondatrice dell'A.C. nazionale (dichiarata già venerabile e la cui causa di beatificazione è in corso), e se ne nutriva con costanza e con lo spirito di una preghiera assidua.

Conosceva bene uno dei motti più forti che lei recitava: “Non saremo vere Missionarie della Regalità di Cristo se non stabiliremo il suo Regno in noi. Il Regno di Dio deve essere per tutte noi, la nostra passione e lo scopo di tutti i nostri sforzi… Le missionarie devono volere e amare il Regno di Dio” (pag. 64 da: “La sua voce”, edizioni O.R.). Maria Lazari e Don Fedele condividevano lo stesso ideale, e lui era santamente orgoglioso di vivere accanto ad una sorella amata e stimata da tutti. Un giorno lui mi mostrò un biglietto datole da qualcuna delle socie di A. C., del desiderio di tutte loro di considerare la via della santità eroica percorsa da lei, e don Fedele ne godeva nel dirmi questo, convinto come era che lei meritasse un tale interesse da parte di coloro che la conoscevano e la seguivano.

Ora che don Fedele e Maria Lazari non sono più tra noi, occorre che se ne acquisisca l’eredità preziosa che ci hannno lasciato e si provveda, distintamente s’intende, a farne di loro due un labaro di protezione e di esemplarità nel praticare e vivere la sequela di Cristo. E per essere ancor più pratici, bene si direbbe d’ora in avanti Associazione di Azione Cattolica “Maria Lazari” (un decennio in S. Biagio, 1969-79), Presbiterio di Galatina “Don Fedele Lazari”.

Spendo un'ultima parola per dire dei due quanto fossero appagati di appartenere alla parrocchia di S. Biagio. lui dicendo che alla sua morte il funerale si dovesse celebrare in essa, e lei che nel 1970 in una riunione di laiche cattoliche ebbe a dire: "Io sono e mi sento ora di questa parrocchia e dalla chiesa Madre mi trasferisco qui, e con altre creiamo qui l'associazione di A. C.". Così fece. Ma la parola conclusiva di questa pagina dedicata a Don Fedele e a Maria insieme, la lascio ad un'amica a lei affezionatissima, Ada Marra anima consacrata alla Chiesa e all'apostolato, da me invitata a scrivere qualcosa su Maria Lazari: "La casa di Maria (e di Don Fedele) da tutti era vista come la Casa della Provvidenza dovbe Ciascuno donava quello che poteva e chi aveva bisogno bussava per chiedere. I doni che si consegnavano nelle sue mani raggiungevano anche i fratelli che erano ai Confini del mondo. Maria aveva un cuore dilatato che sapeva battere per i fratelli vicini e lontani e riusciva a coinvolgere tutti coloro che incontrava nel suo quotidiano. A tutti coloro che avevano responsabilità di A.C. era sempre disponibile a dare consigli, sostegno, fiducia e aiuti di ogni genere. Pur non avendo lei incontrato personalmente la fondatrice della G.F. Armida Barelli, si era tanto nutrita dei suoi scritti e della sua testimonianza apostolica, da incarnare quotidianamente il suo stile di vita che aveva alla radice la fiducia nel Sacro Cuore. Il suo bagaglio spirituale era così ampio che larendeva attenta e vicina a tutte le situazioni di bisogno, sullo stile di Francesco d'Assisi. Donna di sapiente organizzazione spirituale ed umana: con la preghiera, con l'affetto e con le attenzioni, riusciva a raggiungere tutti".

 

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Due anime una sola, due cuori un sol cuore, due vite un'unica vita.

Don Fedele e Maria erano un'ancora

l'uno per l'altra,

e la loro dipartita da noi la vediamo non come una perdita, ma come una grazia di protezione dall'alto e di stimolo

a continuare con fiducia

la loro opera.

Galatina, 17 Febbraio 2018

DON FEDELE SEMINARISTA INSIEME NEL TEMPO LIBERO

Coi seminaristi di Galatina compagno di passeggio estivo

 

don salvatore bello

 

Don Fedele Lazari amava sin da ragazzo l'attività sportiva stando a scuola media e di liceo, e nell'azione cattolica della chiesa Madre qui a Galatina dove era nato in via Mezio; praticò le attività che vi si svolgevano, come l'ascolto delle lezioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

tenute dal delegato Uccio Armirotta e di mons. Salvatore Podo parroco, la Messa festiva sempre puntualmente, le gite straordinarie in occasioni particolari, le lunghe passeggiate nelle sere estive coi ragazzi della sua età nel gruppo preju di A.C., e la domenica pomeriggio le partitelle di calcio in largo Bianchini o sulla ferrovia: un normale pallone di pelle e camera d'aria gonfiato con la pompa di bici, con legaccio al centro e in deposito presso la sede di A.C. nella storica corte Taddeo su via V. Emmanuele alle spalle della chiesa Madre; la stessa corte dove abitava la famiglia di Beniamino De Maria nostro deputato, e di Raffaele Astarita figura esemplare di cristiano.

Don Fedele amava però soprattutto il mare, e vi andava sin da ragazzo a S. Maria al Bagno, un'estate senza mare sarebbe stata per lui come, da prete, una giornata senza conversazione in amicizia di giovani ed amici; infatti non c'era giorno che non incontrasse qualcuno in chiesa o in ufficio, e non a chiacchierare, ma a dialogare sino ad ora tarda su esperienze di vita e problemi dell'anima e del cuore. Così l'estate, giorno dopo giorno: "Ragazzi al mare"; mai ci andava solo, sempre in compagnia di coetanei, di fucini in particolare. Le auto partivano di mattina dopo la celebrazione della Messa e tornavano per il pranzo.

Io, essendo sei anni più piccolo da aspirante di A. C. non ebbi mai l'occasione di accodarmi a lui e alla sua comitiva balneare, solo una volta, io già prete li raggiunsi su una spiaggia tra Rivabella e Gallipoli, erano già in acqua, lui ne uscì e insieme si chiacchierava piacevolmente, ma le onde divennero all'improvviso mosse e pericolose per chi dovesse uscire aggrappandosi alla scogliera; per i giovani era più facile, ma io stando di fronte al mare e a lui che lo aveva alle spalle, mi accorsi che un anziano del gruppo s'affaticava e stava rischiando, glielo feci notare e lui subito si ributtò nella schiuma (era un espertissimo nuotatore) e lo sospinse verso lo scoglio aiutandolo a risalire.

Ma l'esperienza pur limitata di vita accanto a lui giovane seminarista di circa 21 anni si poteva fare solo in estate nei pomeriggi feriali; si era un gruppetto di seminaristi di varia età dai 12 ai 16 anni, e lui ci teneva insieme: con me Bruno Lazari suo parente, Antonio Materdomini, Lucio Romano (il poeta politico), Donato Micheli, Antonio Giugno, Fedele De Carlo, e un Congedo di cui non ricordo il nome, tutti rientrati - lasciato il seminario - nella vita civile e professionale con dignità e profitto.

Don Fedele quindi ci raccoglieva per la passeggiata pomeridiana su stradine di campagna facendoci recitare il Rosario alla Vergine, ma il venerdì portandoci per il sentiero che dall'uscita per i Piani a lato del "Crocifisso" (un'antica edicola) portava, e porta, al camposanto; lo stesso sentiero che percorrevano a piedi molte donne anziane, mia nonna compresa, dell'abitato intorno (via Montegrappa e traverse limitrofe) per recarsi a visitare i loro morti. Durante il tragitto Don Fedele ci faceva recitare il Rosario (50-100 requiem) per i defunti, fin sui viali tra gli alti cipressi e le tombe. Dopo faceva qualche riflessione e si tornava quindi chiacchierando e raccontandoci cose di seminario. Quando si usciva per altri cammini, si recitava invece il Rosario vero e proprio con le cinque poste di 10 Ave Maria ciascuna, le litanie e immancabile la preghiera per il Papa in latino, che mi piace qui riportare: "Oremus pro Pontifice nostro Pio: Dominus conservet eum, et vivificet eum, et beatum faciat eum in terra, et non tradat eum in animam inimicorum eius; traduzione, "Preghiamo per il nostro Santo Padre, il Papa Pio: Il Signore lo conservi, gli dia vita e lo renda felice in terra, e non lo lasci cadere nelle mani dei suoi nemici". Il Pontefice dei nostri freschi anni era Pio XII che Don Fedele, stando nel Seminario Romano, aveva l'opportunità di vedere ed ascoltare di frequente.

Un altro piacevole suo vezzo era quello di invitarci a casa durante la vendemmia che suo padre curava per il ricco tenutario Bardoscia: una serata trascorsa insieme sulla terrazzina della sua ampia casa, davanti ad un bel cesto di uva rosa o di uva regina, lui intrattenendoci con vivaci e gustose barzellette che raccontava da par suo.

Questi i ricordi ed altri similari del suo tempo giovanile e del nostro adolescenziale. Don Fedele ci fu di esempio nello stile di vita, con la sua gaiezza misurata e propedeutica al consiglio spirituale e al conforto morale.

 

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Galatina, 15 Gennaio 2018

Su castelli e manieri del Salento

svettano il tricolore e i gonfaloni

LI VEDREMO SUL NOSTRO CASTELLO?

a c. di don salvatore bello

 

Sul Castello, in alto, svettino la Bandiera Italiana e il Gonfalone di Galatina con la civetta e le chiavi egida del Principe degli Apostoli.

La quadrangolare piazza S. Pietro è il cuore pulsante della Città, su di essa si protende in direzione est-ovest la Matrice con la magnifica facciata in stile barocco picaresco, e a sinistra l'oblunga terrazza del Castello ingentilita da un altrettanto oblungo parapetto balaustrato in pietra leccese; al lato opposto s'apre via Garibaldi coi suoi numerosi palazzi gentilizi del Sette-Ottocento.

Chi entra a piedi nella piazza principale del paese, resta incantato davanti ai due imponenti edifizi che attestano da una parte l'autorità feudale e dall'altra centralmente quella pastorale-religiosa, entrambi indicati a poter vantare una significazione elevata e insieme corposa nell’immaginario di chi abita e di chi visita la città: abitanti e visitatori ne fanno due strutture architettonico-storiche di indiscusso prestigio.

Ed ecco la proposta: appena sopra la linea superiore del Castello, sventolino i due vessilli di tela consistente e fluente, quello nazionale e il gonfalone a tre punte della Città con lo scudo coronato a fondo azzurro racchiudente le petrine chiavi escusse e la civetta: il tutto inghirlandato. I due stendardi fissati ad aste al centro del castello in posizione retta verticale od obliqua sporgenti sulla piazza.

Mentre la Matrice ha già in mostra sul vertice del fastigio, nell’arcona, lo stemma di Galatina, le chiavi escusse dell’apostolo Pietro patrono del paese con S. Paolo compatrono.

Sappiamo quanto la simbologia civile e religiosa radichi il sentimento della persona e lo scuota e commuova specie in particolari momenti dell’anno quando si celebrano date importanti della storia patria e di quella locale e territoriale.

Il cittadino non può non esser preso da vivo orgoglio nell'osservare - come è occorso a me - dei turisti, spalle alla videocamera sanzionatrice, riprendere col loro obiettivo mobile ruotante a 360 gradi, lo storico maestoso maniero e il tempio secentesco; ancor più i visitatori resterebbero ammirati allo sventolio del tricolore e del gonfalone comunale sui terrazzi del Castello del Castriota Scanderbeg Ferrante (duca di Galatina dal 1505 al 1561) figlio di Giovanni e nipote dell'eroe nazionale albanese Giorgio.

Non so quanto il mio suggerimento incontri il favore dell'opinione pubblica, ma scorrendo sul web alcuni castelli del centro-nord (da Roma a Trento) e del Salento (Otranto, Copertino, Depressa, Acaya, ecc.) ho verificato l'esposizione in grande del vessillo nazionale e dei gonfaloni locali. A parte naturalmente le sedi dei Municipi, che però spesso sono allogati in edifici minori e anche di moderna costruzione.

Redazionale

* Da "Galatinesi Illustri" a cura di M.F. Natolo, A. Romano, M.R. Stomeo

 

(da sinistra) Tutti docenti della Media Pascoli:

Totò Colazzo (poco che trentenne), Don Fedele Lazari, Tetta Marra, Lina Sabella Pasanisi, Ines Cafaro Vergine, Wanda Bruno, Maria Noia e Maria Moro Marinari.

TRENTO

MOREN SEM