religione

Galatina, 26 Gennaio 2018

Si dice 'questa casa è un inferno'

COSA E' L'INFERNO E DOV'E'

Qualcuno o qualcuna lo ha visto?

a c. di D. Salvatore Bello

 

Vi va di intrattenerci sul tema dell’inferno? È un temaccio, lo riconosco, ma se vi dicessero che sarà proiettato in un film d'un grande regista, subito andreste a vederlo. Anzitutto, avete una definizione di questo vocabolo di natura malefica?

 

Angelo S.

Nel De Mauro leggo che nella concezione cristiana

è un luogo di dannazione e di eterno dolore destinato

alle anime dei peccatori non pentiti.

 

- E' una definizione essenziale ma esatta, se non per il

lemma luogo che, secondo la teologia cattolica, non

direbbe il vero, trattandosi invece di uno stato, di una

condizione dell’anima reproba, riflesso del suo intimo

disagio o tormento.

 

Di’ pure, Franco

- È proprio vero che si tratti di uno stato e non anche di un luogo ma immateriale come hai ipotizzato per i cieli dei beati? cui si opporrebbero gli inferi dei reprobi, abisso di infelicità?

 

- Anche qui, non vorrei contraddire la sana teologia avventurandomi nell’immaginario di una creazione d’un luogo terrificante, pari ad un immenso campo di concentramento di corpi schelitriti e spiriti gementi, anch'esso un inferno terribile voluto da uomini (si dice l'inferno di Auschwitz). Tuttavia, vediamo. Entrando nel merito, dobbiamo fare ricorso alla parola di Gesù; che cos’è l’inferno per Lui? Nel giudizio finale ai reprobi impenitenti dirà: «Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per gli angeli suoi» (Mt.25,41)…Lontano da Gesù Cristo c'è solo l'Inferno? Giudicatelo da voi stessi, se vi sembra troppo dura questa parola, nella vostra preghiera ditelo al Signore, può darsi che lui abbia da suggerirvi un'ancora di salvezza estrema.

 

Potete interrompermi, tu Alberto

- Sì, vorrei sapere se la ragione possa dirci qualcosa dell’Inferno.

 

- Si sostiene che la ragione non possa dirci nulla, o che non sia in grado di dare spiegazioni nemmeno approssimative. Ma io ritengo che, se la risposta della ragione è: "nulla!", non sentiamo forse d’essere incappati dal punto di vista razionale neIl’assurdo più che nel mistero? Senza la fede non ci sarebbe altro che l'oscurità. Chi sostiene l'inesistenza di Dio, non ha da dir nulla sul problema del male che a volte supera di gran lunga il bene. Nessun giudizio di Dio, alla cui esistenza la ragione da sola può pervenire. Ma non può dire in che cosa consista l'inferno, nel paganesimo la ragione brancola.

Sì, puoi intervenire.

 

Fernanda

- Chi ruba o uccide va in carcere, un luogo ben preciso che priva della libertà bene supremo dell'uomo talora per tutta la vita. La Chiesa insegna che l'inferno è eterno. Il convertito cattolico Giovanni Papini riteneva che i dannati Dio li avrebbe dopo tanto salvati comunque.

 

- La parola divina scritta e insegnata e il Magistero della Chiesa asseriscono che il male stesso da noi fatto in vita di solito Dio lo punisce col Purgatorio nell'altra vita, o con l'Inferno se impenitenti. Ma il linguaggio adoperato è il nostro: fuoco (e Gesù aggiunge eterno) una realtà a noi ben nota che fa paura e che provoca tormento: fuoco che arde e non si consuma mai.

Va detto però che il per sempre, il mai, per tutta l'eternità, ecc., sono categorie temporali umane che nulla hanno a che vedere con l'Aldilà, anche dell'Inferno. Per cui anche con la fede siamo se non nel buio assoluto, nella penombra. Il per tutta l'eternità lo immaginiamo con la categoria nostra del tempo, un lento scorrere del fiume infernale sempre sempre sempre senza mai interrompersi. Ma questo è vero? O Dio potrebbe nella sua infinita misericordia, se non annullarle, alleviare le pene dell'inferno ai dannati dopo tanto e tanto soffrire giustamente. Potrebbe essere, Gesù parla di supplizio eterno, ma restando tale potrebbe Lui ridurne l'intensità?

 

Laura, chiedi qualcosa?

- Infatti, questo fuoco dov’è? Qual è il luogo in cui arde? Il cielo immateriale per i beati; e per i reprobi? Possiamo immaginare anche l'Inferno come qualcosa di creato ma immateriale?

 

- La risposta forse l’abbiamo: il luogo è il fuoco stesso. Questo fuoco è percepito dall’anima già prima del giudizio finale, ed è reale, non della stessa natura del fuoco terreno (fiamma che si consuma), o cosmico (il sole) ma di natura spirituale adeguato a quella dell'anima.

Il Catechismo della Chiesa cattolica dice che i Santi insegnano che è meglio discendere nell’Inferno durante la vita piuttosto che doverci andare dopo la morte (Catechismo Chiesa Cattolica. nn.1033-1037). Il verbo locativo discendere nell’inferno lascia intendere si tratti di un luogo abissale infuocato già predisposto (preparato, dice Gesù) per il diavolo e i suoi angeli (demoni), ovviamente un'entità immateriale punitiva. E ad alcune sante così è stato rivelato.

Cristina

- Ma l'inferno è uguale, identico per tutti i dannati?

 

- Suppongo di no. La sofferenza è proporzionata al peso dei peccati commessi e non perdonati, perché rimasti senza pentimento. Un atto di dolore sincero, profondo col desiderio della convewrsione piace al Signore, e noi possiamo farlo in qualunque momento nell'intimo del nostro animo, del nostro cuore. Questo basta a Dio, se dopo non avessimo la possibilità, il tempo o il modo di rivolgerci al sacerdote per ricevere l'assoluzione sacramentale.

 

Martina, dimmi

- Abbiamo qualche modello nell'intero creato per indagare meglio in questa ipotesi che tu fai e che a me appare inverosimile?

- Forse sì, non so però se io riesca ad essere convincente. Immaginate lo spazio cosmico come vuoto di mondi, esisterebbe, secondo voi, fisicamente? Io credo di no. Attualmente nello spazio cosmico l’universo galattico nella sua corsa si dilata e si allunga, formando nuovo spazio davanti a sé (qualcuno di voi esperto in astrofisica può dirmi se ciò sia esatto).

Così avverrebbe con il fuoco infernale, ogni anima dannata porterebbe non fuori di sé ma dentro di sé il fuoco della condanna e del rimorso di non essersi pentito in tempo, e le anime che purtroppo vi si aggregano a mano a mano nella condanna, in un certo senso dilatano questo “fuoco-luogo” (fornace ardente) virtuale, meglio immateriale.

Attenzione, ripeto, non parlo di un luogo fisico infuocato, ma di un luogo (l’anima stessa) spirituale in cui arde un fuoco preparato (da chi non si dice, io credo emanazione della giustizia divina). Comunque Gesù il Signore nei passi in cui parla della condanna divina è molto severo. Dice di se stesso: «Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile» (Mt. 3,12); e: «Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridor di denti» (Mt. 13, 41-42).

 

Marcello, chiedi di intervenire?

- Ho appreso che per la Chiesa l’Inferno è un modo di essere (uno stato) infelice e doloroso in cui si trovano le anime di coloro che muoiono in peccato mortale.

 

- È così, ed io ho detto che il fuoco non è esterno all’anima né di natura fisica quale noi conosciamo, ma interiore, e la fornace ardente di cui parla Gesù è l’insieme (linguaggio umano approssimativo) delle piccole fornaci delle singole anime dannate. Il termine che Gesù usa, preparato (il fuoco eterno) esprime una predisposizione, cioè predisposto già per gli angeli-demoni, e secondo me include il concetto di creazione ad extra di un luogo immateriale. Il come esso assuma visibilità è nel mistero dell’Aldilà.

S, Teresa d'Avila (n. 28 marzo 1515) e S. Veronica Giuliani (n. 27 dicembre 1660) hanno visto l'inferno di demoni e anime dannate come in un luogo profondo, oscuro, con urla, bestemmie, rumori di ferri e di catene, odori pestilenziali.

Non so dire se queste visioni sono la realtà dell'Inferno o una personale visione delle due sante.

 

Elisabetta?

- Oltre la sofferenza del fuoco (interiore) c’è qualche altra pena che colpisce le anime condannate per l’eternità?

 

- La pena del senso consiste appunto nelle sofferenze provate nel proprio essere. Ma ancor più penosa è la cosiddetta pena del danno che consiste nella privazione della visione beatifica di Dio. S. Agostino dice: "Siamo fatti per Iddio, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Dio". Se mai potrà riposare in Dio, ecco l'intima pena del danno.

 

Carmine, concludi tu

- Io non vorrei proprio finire in una fornace ardente, che stia fuori di me o dentro me, però, come si fa, siamo continuamente tentati.

 

- Secondo l’insegnamento della Chiesa coloro che pur avendo in vita peccato mortalmente per aver ceduto alla tentazione, si convertono e si pentono sinceramente, si meritano il perdono di Dio che è Padre misericordioso.

Nella nostra vita terrena dobbiamo sempre costantemente tenere di mira il Paradiso da conquistare e l'Inferno da evitare.

Il timore dell’Inferno ci spinge ad abbandonare le vie del peccato per seguire quelle della grazia. E certamente meglio andare a Gesù Cristo per la via dell’amore, tuttavia anche il timore dell’Inferno può condurre all’amore per il Signore.

Se anche alla fine dei nostri giorni saremo riusciti col pentimento ad evitare la condanna divina, avremmo agganciato l’ancora dell’eterna salvezza. E però, non aspettiamo l’ultimo tempo della nostra vita, che potrebbe venire all’improvviso senza che noi ci pentiamo dei peccati mortali, ma adoperiamo fin da oggi i mezzi della Grazia: amore verso Dio e verso i fratelli, mai odio e vendetta, carità verso i poveri, confessione sacramentale e opere di penitenza, Eucaristia, preghiera.

3 continua

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GALATINA 14.2.2018

SUL MISTERO INEFFABILE

DI DIO PADRE

Divina Aurora, Cuore Divino, Divino Amore

Speculazione di don Salvatore Bello

 

Immaginando - sotto questa cupola di cielo ombreggiato da nubi albe che mi ammantano e infrescano - di poter saggiare una spiegazione, non fumosa, dello straordinario evento della comparsa della vita umana sul pianeta, osservo nel cielo il va-e-vieni dei piccioni tra una abituale postazione urbana e i fondi di erbe selvatiche o coltivati a verzure, e mi chiedo a quale stadio risale la loro venuta al mondo. La colomba dell’Arca di Noè ci rimanda indietro di millenni, quando molte altre specie viventi esistevano e davano concerti di note e toni variati, mentre altre sonorità prodotte dai venti sortivano dagli anfratti rocciosi, dalle perenni onde marine, dalle alte piante dei boschi.

Mi seggo spalle a un tronco di quercia e arretro con un tocco alla fronte fino all’orizzonte delle origini.

Di era in era eccoci all’uomo dotato di anima spirituale e immortale.

 

IL VOLTO DI DIO E IL SUO MISTERO

Ma prima accostiamoci al mistero di Dio.

L’iconografia cristiana nel rappresentare artisticamente e pittoricamente la persona di Dio Padre lo assimila ad un patriarca con barba folta, mantello rosso o azzurro, braccia protese, triangolo (la Trinità) dietro il capo, ghirlanda di angioletti sullo sfondo o tutt’intorno a gruppetti di due o più, scettro in mano e primi tre diti aperti della destra (la Trinità), fulgida raggiera, mistica colomba (Spirito Santo), l’indice destro puntato (un solo Dio) e la sinistra sul globo (l’universo creato).

Il mistero di Dio sovrasta la mente umana, tanto esso è ineffabile e irrappresentabile. Eppure la Scrittura ci fa pregare: “Padre nostro”, “Il tuo volto, Signore, io cerco”, “Allora vedremo faccia a faccia” (1 Corinzi 12,13).

La domanda è tanto puerile quanto umanissima ed antica: “Allora, Dio ha un volto?”.

Noi abbiamo contezza solo dei volti umani, gli angeli li raffiguriamo come giovani belli, capelli lunghi ed ali, abiti candidi, ma gli spiriti umani ed angelici hanno un loro “volto” spirituale? Ci fermiamo al volto perché in esso sono armonizzati tre dei sensi che consentono di relazionare e comunicare: la bocca, gli occhi e l’orecchio, ossia la voce, lo sguardo e l’udito.

 

LA PERSONALITA' DELLO SPIRITO UMANO

La personalità dello spirito umano, privato del corpo con la morte, sussiste come forma del corpo stesso, e gli angeli sono anch’essi dotati di personalità ognuno con una sua peculiare natura.

La dimensione spirituale delle anime è assimilabile ma non identica alla dimensione mnemonica dell’uomo: la memoria infatti non ha bisogno di presenze fisiche come gli occhi per attivarsi, i fantasmi che essa riproduce non sono psicofisici, ma solo psichici. Così le anime comunicano tra loro in una dimensione puramente spirituale; con un linguaggio che apprendono o già prefissato da Dio? O l’uno o l’altro; le anime possono progredire in bene e in efficienza, sono creature non esposte ad alcun male, ma solo al bene.

Dio può fare il prodigio che le anime possano assumere la fisionomia del volto avuto in vita?; e ciò per una sorta di calco spirituale riconducibile al profilo umano sensibile avuto in terra?, anime di luce gloriosa (lumen gloriae, S. Tommaso) e coi volti fisici beatificati, in attesa della risurrezione dei corpi spiritualizzati?

 

QUAL E' IL VOLTO DI DIO??

Dio può farlo, com, inviando un angelo in terra ad annunziare qualcosa alla creatura umana, dà a quello le apparenze umane.

Niente male una cosa del genere, che dite? Vi piace?

Gli angeli invece che non hanno avuto un corpo in precedenza, comunicano tra loro con una fisionomia spirituale creata per ognuno di loro, di una bellezza angelica senza pari.

 

IL VOLTO DI DIO PADRE

Riprendiamo il discorso sul volto di Dio Padre. Il sommo poeta

Dante ha immaginato Dio come tre cerchi in uno ed uno in tre:

"Ne la profonda e chiara sussistenza

de l'alto lume parvermi tre giri

di tre colori e d'una contenenza;

e l'un da l'altro come iri da iri

parea reflesso, e'l terzo parea foco

che quinci e quindi igualmente si spiri [...].

O luce etterna che sola in te sidi,

sola t'intendi, e da te intelletta

e intendente te ami e arridi!" (Par. XXXIII, 115 ss).

Cerchi iridati, tre colori uno nell’altro e tutti e tre un unum. L’immagine dantesca, suggestiva e teologicamente esatta, che sotto l’aspetto visocognitivo ci appare ineffabile e indescrivibile, la si può afferrare nello stupore del Poeta davanti alla forma costruita geometricamente e pittoricamente (cerchi e loro colori, e luce) ma il vultus, il volto di Dio lo può comprendere solo Lui stesso, e non altri: “Nessuno ha mai visto Dio” dice Gesù; e: ”Tommaso, chi vede me vede il Padre mio”

Saremmo giunti ad una considerazione inattesa: chi può intendere Dio è solo Dio stesso? All’uomo cosa resta? Nulla? Se fosse così, dove andrebbe a finire il fortissimo asserto paolino “vedremo faccia a faccia”?

Esclusa la teoria dello gnosticismo (possibilità di raggiungere la conoscenza divina con le proprie forze), la domanda da farsi è un’altra: può Dio farci vedere per grazia ciò che per natura non possiamo assolutamente vedere ed ammirare? Dio può far questo?

La risposta, teologicamente esatta, è sì, Dio può farci vedere per grazia il suo volto divino, e non più per speculum et in enigma come lo intuiamo quaggiù.

 

Ma la “faccia divina” possiamo vederla lassù nella sua totalità e interezza (totus et totaliter)? La risposta è “no”.

Ma sarà come riconoscere una persona dal passo, o dal suo sorriso, o dalla sua parlata, o dal suo profilo qualunque sia? Troppo poco, occorre restare chiaramente nel “faccia a faccia”. La dottrina del "lumen gloriae" tomista spiega chiaramente che l’accostamento dell’anima a Dio non porta alla sua fusione e all'identificazione con Lui, e che nello stato di gloria Dio vede se stesso nell'anima che lo rispecchia, riempiendo con la sua presenza il vuoto che l'anima ha fatto in sé. Ma non è se non un vuoto circoscritto, finito.

Quanti più meriti l’anima avrà in Paradiso, tanta più aperta sarà la visione del volto divino.

 

DIO LUCE

L’elemento a noi noto più similare all’essere spirituale è la luce (non l’energia che la produce). E’ possibile quindi che una luce spirituale promani da Dio e l’anima beata ne scopre la bellezza e la grandezza che la inondano di felicità.

Il volto di Dio quindi come luce ineffabile contro il volto tenebroso di Satana. Per questa luce, che sovrasta ma non opprime, le anime si ritrovano nell’abbraccio del Padre provvidente e onnipresente.

E le creature umane, fatte a immagine di Dio, che sono immortali nell’anima, lo saranno anche nel corpo? Sì, quando questo sarà restituito glorioso alla risurrezione finale.

 

Alla domanda dell’antico catechismo se Dio ha corpo come noi, si rispondeva che no, non ha un corpo come noi, e che Egli è purissimo spirito.

Ma si può dire che Dio abbia una forma, un aspetto? E se sì, è circoscritto o incircoscrivibile?

È circoscritta la forma umana, ma l’aspetto divino no. Se Dio ha un aspetto, una forma, essa non è finita, ma per presentarsi all’Anima “faccia a faccia” può assumere un aspetto (forma) accessibile alla finitezza dell’Anima, e questo prodigio di adeguamento Dio può farlo senza derogare al suo stato divino.

 

DIVINA AURORA, DIVIN CUORE, AMORE DIVINO

Qual'è la forma osservabile che più s’avvicina alla nostra comprensione?

Mi pare possa dirsi senza alcun dubbio che essa sia cosmogonicamente l’Aurora (in essa noi vediamo una non realtà): la ricchezza e la variabilità dei colori dell'aurora compaiono spesso nella letteratura e nella pittura, e a mio parere, più d’ogni altro effetto cosmico realizza un visus – vultus quasi divino per la sua inessenza, irrealtà, inafferrabilità. ciò che appare senza esistere).

Mentre dal punto di vista fisiologico, l’organo meglio adatto a darci il volto di Dio è il Cuore.

Quindi Dio è il suo immenso “Cuore splendido come l’Aurora”, ossia Luce d’Amore.

Un’esplosione d’Amore divino sprigionatosi dal Cuore del Padre ha creato il mondo,

Come questo Cuore, che immaginiamo essere la forma di Dio, si manifesti alle anime, lo sapremo lassù, se Egli vorrà usarci misericordia.

Ma già mi fingo indegnamente quel “faccia a faccia” tra il mio infinitesimale amore (cuore di spirito immortale) e l’eterno divino Amore (Cuore pulsante eterno).

 

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Galatina, 28 Gennaio 2018

 

LO VEDI GIUSTO E OPPORTUNO

IL SACERDOZIO AGLI SPOSATI?

Ti confesseresti da loro e ne gradiresti la direzione spirituale?

 

a c. di D. Salvatore Bello

 

Il titolo è chiaro e la domanda è rivolta a donne e a uomini cristiani praticanti e credenti convinti. Tuttavia qui a nessuno è vietato di intervenire con una domanda o con una osservazione compiuta senza dover fare professione di fede. Chi inizia?

 

Cosimo

- Perché, don Salvatore, hai deciso di trattare nell'aula amplissima se pur virtuale di facebook una discussione su un tema così delicato, ossia il sacerdozio da dare anche agli sposati, un po' come dire il matrimonio ai preti?

 

- Hai detto bene, dire però "il matrimonio ai preti" ha una connotazione diversa e più ampia. Comunque, perchè, mi chiedi. E' un tema che avevo desiderio di affrontare da un bel po', ma ora giunto io all'età...della ragione - si fa per dire - 82 anni tra qualche mese, ho deciso di destinare un po' del mio tempo a confrontarmi con voi su argomenti di fede e di orientamento etico e sociale, oggi per sondare, verificare in un tema, come dici tu, così delicato, gli umori delle persone come voi che hanno scelto di esporsi sul palcoscenico del digitalweb. Questo è sempre più intasato ma è capace di suscitare vivi interessi atttraverso persino il battibecco che non è roba da pollaio, ma esercizio produttivo di idee ad ogni livello, alto o basso che sia, mentre aiuta a distrarsi piacevolmente per un tempo od un altro.

Allora, chiaritomi sul perché questo tema in dibattito voluto proprio da me prete, invito a porre domande.

 

Luca, tocca a te

- Io sono giovane, non ricordo preti che abbiano lasciato l'esercizio del sacerdozio per contrarre matrimonio in chiesa. Non ti chiedo dei nomi, ma l'entità del fenomeno nella tua esperienza.

 

- Durante la mia vita ho assistito a questo passaggio da un sacramento all'altro - vedi come mi mantengo in equilibrio - più di dieci volte, confratelli a me noti e alcuni molto vicini, ma se sforzo la memoria, potrei anche arrivare a venti, persino qualche mio professore teologo. Me ne sono dispiaciuto di questo, ed ho maturato l'idea che la cosa accade per circostanze spesso indipendenti dalla volontà del prete. Mi fermo qui, per ora. Do la parola a...

 

Attilio, sentiamo

- In italia si dice che sono diverse migliaia gli ex preti, circa 6mila.

 

- Sì, dai 5 ai 7 mila, il numero esatto sfugge, anche se in qualche ufficio della Congregazione del Clero a Roma è ben noto. Cosa vi dice questo numero che appare così alto?

 

Marisa

- Sappiamo che per fare un prete ci vuole molto, anni di studi, di sacrifici; col dare il sacerdozio agli uomini sposati e ritenuti degni, si farebbe tutto più in breve; dicci poi qualcosa della tua preparazione al sacerdozio.

 

- Su un numero di una scolaresca di circa venti ragazzi all'inizio del cammino seminaristico giungono a maturazione una, due vocazioni, se non addirittura una o nessuna. Il mio itinerario pre-sacerdotale è durato 11 anni, dal 1950 al 1961. Ho vissuto la mia giovinezza con entusiasmi e prostrazioni dovute queste a molti fattori cui non erano estranei il cambiamento di ambiente, i cibi, e gli orari pressanti, schematici, assoluti. Ce la feci, ma a vent'anni rischiai per una ingiusta ammonizione di un vice rettore che poi diventerà un bravo vescovo a Ugento.

 

Tiziana

- Come mai la legge della Chiesa si evolse in tempi relativamente brevi dai presbiteri sposati al celibato obbligatorio?

 

- Una delle prime ragioni di questa mutazione dovrà essere stata, non solo a mio avviso, di carattere utilitaristico: permettere ai presbiteri (preti) l'utilizzo del proprio tempo a vantaggio della Chiesa senza le incombenze richieste da una famiglia con moglie e figli. Ai vescovi questo arrecava un vantaggio notevole, perchè potevano disporre dei loro preti 24 ore su 24. Essi stessi davano l'esempio restando celibi. Capite che questa mia interpretazione è un po'...provocatoria, e tale resterebbe se non dicessimo che la Chiesa è guidata dallo Spirito Santo che può rendere preziosa quella che può essere una convenienza sia pure ben finalizzata.

Il Concilio Trullano fornisce un quadro della disciplina della chiesa latina in questa materia nel VII secolo. Agli uomini sposati che venivano ordinati si chiedeva la promessa di praticare dopo l'ordinazione una totale continenza. Nel 306 circa, il Concilio di Elvira aveva già dichiarato, nel suo canone 33, che ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi era proibito avere relazioni sessuali con le proprie mogli e generare figli. Un concilio tenuto a Cartagine nel 390 aveva considerato questo una prassi antica e di origine apostolica, che sarà confermata dai papi Siricio (384-399) e Leone Magno (440–461). Inizia il movimento spiritualista e celibatario.

Penseranno dopo gli ecclesiologi e i mistagoghi a ordinare le ragioni suffraganti l'opportunità fino all'obbligatorietà virtuosa e pastorale del celibato del clero: lo stesso Gesù che non contrasse matrimonio per dedicarsi unicamente al progetto del Regno del Padre suo; ma ci mise lo zampino anche la sottostima della sessualità considerata o meglio vissuta spesso come una ricerca peccaminosa di piacere, contravvenendo peraltro ai retti dettami della natura e della coscienza. I padri della Chiesa erano giustamente preoccupati di salvaguardare le ragioni del Regno di Dio, forse un po' meno di educare i fedeli a considerare la dignità del rapporto sessuale, ma a questo ha provveduto il Magistero contemporaneo. L'evoluzione è ancora in corso.

 

 

Giorgio, intervieni?

- Ma Gesù ha imposto il celibato ai ministri del vangelo, o almeno lo avrebbe consigliato?

 

- Nel vangelo, tranne un accenno agli "eunuchi per il regno dei cieli", non trovate nessun precetto che parli del celibato in genere, tanto meno dei ministri di Dio celibi; alcuni degli apostoli erano infatti sposati. Il Signore non si è spinto ad imporre o proporre il celibato; qualcuno ritiene che probabilmente per Lui sarebbe stato preferibile che i ministri della Chiesa si sposassero dando l'esempio di una famiglia in cui regnasse l'amore di Dio e del prossimo. Comunque Egli non ha subordinato l'efficacia dei sacramenti all'essere preti celibi, anche se ha detto che si può lasciare tutto per il Regno di Dio, parenti e proprietà. E' probabile che molti padri e madri di famiglia precedano nel Regno di Dio coloro che son rimasti celibi ma anche senza tanti problemi e difficoltà vissuti dalle famiglie, già che - dice lo stesso Gesù - "l'operaio è degno della sua mercede", ossia la Chiesa stessa, i fedeli provvederebbero al sostentamento del prete e della sua famiglia, qualora si dedicasse completamente al suo, al loro servizio.

 

Giuseppe, cosa chiedi?

- Insomma, stando così le cose la Chiesa potrebbe cambiare la legge celibataria da obbligatoria a facoltativa, e i giovani sarebbero attratti da questa opzione.

 

- Certo, essa può modificare questo istituto qualora ritenga ciò opportuno e utile alla Chiesa stessa. Ma ritengo che, matrimonio o celibato, la vocazione risponda sempre a una chiamata dall'Alto; magari l'inclusione della scelta matrimoniale potrebbe rendere meno timoroso il cuore del ragazzo per una missione che esige per se stessa sacrifici e rinunce.

 

Mariella, dì' pure?

- Don Salvatore, ritieni che i tempi sono maturi per introdurre questa novità? Per me sì, perchè non è pensabile che il Signore voglia suscitare la vocazione sacerdotale solo nell'animo dei celibi.

 

- Il dibattito negli alti ambiti preposti alla trattazione del problema - tale ora in pratica lo si considera - ha avuto inizio da tempo ancor prima che il nuovo vento di papa Francesco lo includesse tra i temi più pressanti. Il crollo verticale delle vocazioni al sacerdozio - checché si dica che il celibato non è esso la causa o una concausa - non poteva non preoccupare i vescovi e renderli più consapevoli della grave situazione dell'evangelizzazione.

Posso chiedere se vi confessereste a un prete sposato? E vi fareste dirigere spiritualmente?

 

Loreta, a te

- Magari all'inizio avrei qualche remora a inginocchiarmi davanti a un prete sposato. Mah, sai, poi entrerebbe la curiosità di provare, e se va bene la prima volta, continuerei ad andarci da lui.

 

Antonio

- Stando al titolo del tuo articolo odierno, domando: perchè il Papa non dà l'ordine sacro almeno a persone già sposate, mature e degne?, ce ne sono.

- E' quello di cui stiamo discutendo, e si spera di arrivarci, ma occorre prima che maturi in maniera prevalente nei padri sinodali e conciliari (vescovi e cardinali) una tale idea.

 

Ada

- Direi il sacerdozio anche alle donne! La loro anima non è nè maschile nè femminile, non è ricettiva di qualunque carisma? Anche dell'ordine sacro?

 

- Questo problema i protestanti di Danimarca l'hanno risolto a favore delle donne, io ho potuto assistere ad una celebrazione eucaristica nella chiesa danese di san Giacomo, officiata da una donna in abiti sacerdotali, la quale dopo ci ha raggiunti ed ha voluto dialogare con me e con chi mi accompagnava.

Il problema è sempre quello, i tempi della Chiesa non sono quelli delle società, e non sono consentite rivendicazioni di alcun genere e tanto meno rivoluzioni. E l'interiore degli uomini nella Chiesa è soggetto allo Spirito Santo di Dio.

 

Agostino

- Io ci andrei volentieri da una donna confessora, e se, come ha detto Loreta, la cosa va bene, vi tornerei volentieri, il sacramento se ne avvantaggia. Dovrebbe esserci questa disposizione: gli uomini dai confessori, le donne dalle confessore.

 

 

Vincenzo, a te

- C'è qualche libro che tratti l'argomento dal punto di vista storico relativamente ai primi concili o sinodi, e ai padri della Chiesa?

- Suggerisco un testo di Carlo Nardi (docente di patrologia allo Studio Teologico Fiorentino): L' eros nei Padri della Chiesa. Storia delle idee, rilievi antropologici, pp. 224, € 12,35; delinea con sottile ingegno un saggio accattivante intriso di citazioni contestualizzate, che verte i primordi delle tematiche sessuali con annesse fenomenologie in autori come Longo Sofista, sant'Agostino, Clemente d'Alessandria: il tutto con rigoroso sapere approfondito, un fluido periodare logico-argomentativo nonché con un tono piacevolmente ironico.

 

Corrado, intervieni?

- A questo punto, secondo lei, Don Salvatore, in questo momento storico quale via potrebbe prendere la chiesa circa il sacerdozio agli sposati o il matrimonio ai preti?

 

- Esprimo più che un parere una mia visione, quella di una Chiesa pluricarismatica, aperta ai doni di Dio in qualunque stato di vita si trovino i christifideles, i discepoli di Cristo. L'ordinazione sacra è un sacramento che può star bene accanto alla vita sponsale sacramentale; questa diventa coronamento di quella, addirittura una sua specificazione, il ministro della chiesa sposato si presenta davanti al popolo cristiano con la sua famiglia, con la sua sposa, e proclama la sponsalità di Cristo con la Chiesa. Come Cristo è sposo della Chiesa, così il presbitero vive con la sua sposa il mistero di una unità profonda ("non sono più due ma una carne sola", Marco 10,6 ). L'indissolubilità del matrimonio sacramento è contiguo al carattere crismale indelebile dell'ordine sacro. In questo modo si realizza la compatibilità di tutti e sette i sacramenti tra loro: nessun sacramento sarebbe di impedimento a ricevere tutti gli altri, e tutti, salva la specificità di ognuno, avrebbero la stessa dignità di segni efficaci della Grazia e della salvezza.

 

Mariagrazia

- Sinceramente, un prete come te, e come ogni altro, non lo vedo di punto in bianco sposato e intento a celebrare la Messa al popolo, mi sembrerebbe sconveniente. Se il Papa dovesse autorizzare il matrimonio ai preti, destinatari di questo dovrebbero essere i futuri prossimi seminaristi che avessero scelto per le due opzioni.

 

- Va bene, è questo il tuo sentimento che va accolto e rispettato. E credo che, comunque la cosa si evolva, tale tuo pensiero...avrebbe un certo peso nelle decisioni del Papa e di un Sinodo ad hoc da lui voluto. Qualche altra riflessione?

 

Simone

- Se io avessi un figlio che mi dice di volersi fare prete, se minore di età acconsentirei purchè fosse bene informato su quel che lo attende, e se avesse la possibilità di essere un prete sposato tanto meglio, non avrei timore che possa lasciare. Ma vorrei chiederti, don Salvatore, hai sopra esposto la tua visione dal punto di vista sacramentale, pari dignità fra tutti i sacramenti dove nessuno esclude nessuno. Ma se tu adesso alla tua età potessi avere accanto a te non una badante, ma una donna regolarmente da te sposata, tu ogni giorno celebrante all'altare, faresti il passo?

 

- Chiederei al popolo in chiesa se mi vedono bene in tale nuovo stato, e alla mia età 82 anni, in caso positivo, non avrei difficoltà a farlo. A colei che accettasse di stare con me e di badare a me, non lesinerei il mio affetto e la mia tenerezza; parlare di amore è un azzardo, invece la carezza non ha mai fatto male a nessuno. Ma una nuova legge che consenta ciò, io non la vedrò, quindi devo affidarmi alla tradizione della perpetua. Manzoni docet.

 

Annarita

- Qualora tu prendessi una donna come perpetua, dovresti pagarla ugualmente?, i soldi non basterebbero.

 

- Eh sì, specie se la donna è madre di un ragazzo tredicenne che vive in casa con lei e con me, si è in tre, cara Annarita. C'è il patto domestico di considerarci una famiglia, e quindi ciò che è mio è anche loro. Il ragazzo frequenta la scuola di Galatina, lo mando al doposcuola, faccio le funzioni di padre per quel che posso. Con un sorriso e con la mia fossetta al mento (dice lei) spengo i fuochi e riaccendo la pace.

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LUCA SIGNORELLI, L'INFERNO