poesia

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IL PASSANTE

Poemetto breve in m. di Gino Pisanò*

I

Quando la divina luce

s’ingemma e si colora

primavera sulla sudata fronte

e nelle fibre del midollo esulta,

il cuore s’empie d’aria e i sospiri

profondano, in toni di verde

rigogliano le piante

e la rugiada i petali gioconda,

i dintorni vari e vaghi

si trasfondono nel petto, la gioia

ai palpiti fa lesto il passo.

 

II

E vai, corri per tane e gallerie

ai luoghi delle volpi e delle talpe

e dei loro rapiti amplessi,

dalle fiabe ai primi turbamenti e ai baci promessi

per l’ora zero d’un ciclo lunare.

All’onda d’una brezza

soave e divertita

le vesti sciolte delle donne amate

seducenti in questa Piazza bella*

sposa novella di rondini anellata

nel cielo azzurro più del mare.

III

Lei a te vicina quanto

il tailleur al suo casto olezzo,

distante tu da lei quanto

dalle corde fremebonde le tue dita

inarcate al ballo in fa diesis

del biondo Menestrello;*

e se la strada una fiumana ingombra,

un piangente salice t’adombra

e vi t’accampi, un brivido

tra i rami di fascinoso nulla,

un sentimento di beata nudità

di foglia a foglie, e l’innocenza

del maschio di tortora,

che da un cascante ramo

abbozza inchini al suo

primo amore e le tuba

un tu-tutu-tu accattivante.

 

IV

Calcio e amori ai tavoli del bar,

e al divano ove lei più non attendi,

sfogli, sorridi e annoti;

il pendolo balbetta mezzogiorno

l’ora che ti offriva la fumante

tazza dietro cui le albeggiavano

i denti e le s’imporporava

il bel sorriso.

Viottolo di siepi odoroso,

spine di rovo grappoli di more,

mormoravi il fiore

melos del nome di lei che ti amò

all’ombra d‘un tetto

a cielo aperto alla luna piena.

– “Ahi come passata sei” 1 Leopardi, A Silvia

vita mia, aspettanza vana –.

 

V

Tra i viali della villa ombrosa 2 Piazza Alighieri a Galatina

declami il sommo Vate:

“Nel mezzo del cammin…,

la via smarrita”. Qual ti velò 3 Dante, Inferno

la mente morboso incanto?,

da madre a matrigna la natura

se toglie dopo quel che prima dona.

Dal risorgente al rimorente sole

per luoghi altri tu Passante,

fissi un randagio lungo disteso

al bancomat: "Oh come ti somiglio!”,

lì lì che un nembo balena tuoni,

la grandine abbatte gli orti

e frange la flora ai mitici balconi

Ai sacri tocchi sfibrati e lenti

un sussurro: “Riverso il Passante giace”.

Un gatto dribbla con un petalo di rosa

in fretta fiorita al sole di maggio

e già a fermaglio sul bavero blu.

 

VI

Se transiti per sogni, spirito afflitto,

entra nei miei qui ove io campo

con un angelo che il mento posa

sul materno labbro in canto

d’arie vaghe nella nebbia sperse

del mio viaggio - che langue -

per vie dritte e traverse. E se

la mia vecchia, cento, neo bambina,

mi disseta coi suoi freschi baci

e gli strappi dell’anima mi cuce,

la tua, Passante, scende

e ti viene incontro tra ombre terse

e tagli di fredda luce.

 

 

* Il Passante è metafora dell’uomo nel suo ménage quotidiano per luoghi sempre quelli se pur amati, con le passioni, i desideri, le delusioni, l’incombente solitudine, e la fine, sigillata da un fiore attaccato al bavero della giacca da una mano pietosa, forse di colei che di quel fiore portava il nome. Ma la parola decisiva è luce, rivelazione di un evento salvifico, nella madre del Passante cui lei appare tra ombre nette e ristoratrici. Il prof. Gino Pisanò mi confidò un suo assillo; avvertendo la gravità della malattia, pur senza mai disperare della guarigione, mi chiedeva di essere rassicurato circa l’incontro dell’anima salvata (egli già da tempo mi aveva chiesto i sacramenti, e se ne pasceva spesso) con la sua mamma per la quale nutriva un’ardente pietà filiale. La frase che mi sussurrò fu questa: “Quale grande delusione se non potrò rivedere ed incontrare mia madre!”. “La vedrai, la incontrerai” gli dissi caldamente.

 

* Gino Pisanò: letterato (1947-2013), prefatore di alcuni miei libri

di poesia e ispiratore della mia poetica più recente.

 

* Piazza bella: Piazza san Pietro, Galatina

 

* biondo Menestrello: Angelo Branduardi cantautore.

* villa ombrosa: Piazza Alighieri, Galatina.

 

 

IL DEBITORE 31.8.2017

 

Spalancò l’uscio sgangherato

e la luce vi entrò a sazietà,

a vista sul comò la bolletta

e un mini box di velluto, li prese

e uscì a passo lento. Uno dal bar

lo invitò a prendere il caffè,

si sollevò. Suonò all’orafo accanto,

gli mostrò gli anelli sponsali:

trecento – rispose – non uno in più;

gli allungò il box sulla vetrina a piano

da cui uscivano bagliori d’oro,

intascò e s'avviò alle Poste.

Staccò il numeretto, centoventuno,

il display segnava il cinquantatré,

lunga l'attesa tra la gente in pensieri,

lo mise in portafoglio. A venti passi

una pescheria: due salpe due euro,

li aveva, resto d’altra spesa,

più dieci centesimi che alla porta

lasciò cadere in un bicchiere vuoto.1

Trecentodieci la bolletta,

al prete che passeggiava sul sagrato:

quindici euro in prestito?

Fece un largo giro ad occhi bassi,

cinquanta centesimi tra due ciuffetti.

Il display diede il centoventuno:

euro trecentoundici e cinquanta

more comprese e tassa,

tre e cinquanta il resto; dal salumiere:

due panini con due lamelle d'affettato. Mezzogiorno,

rientrando in casa, la ritrovò invasa

dalla luce: gratis dal cielo

come la pioggia. Ma lui in bolleta, a terra!

Una zingara col figlio al petto e in pianto

gli sorrise dalla soglia: due pani

al salame, pranzo e cena, no...

Una per sé l'altra per lei.

Un poco di raggio2 solcò il viso di Anelka

e la fronte rugosa del vecchio Debitore. d.s.b.

 

1 bicchiere vuoto: del questuante alla porta di una bottega

2 un poco di raggio: Dante, Inferno XXXIII,55

 

La poesia non conosce maestri in assoluto, non è una materia di insegnamento, non ha regole preordinate, non entra in schemi predefiniti, non è campo di rapina per critici e impaginatori di se stessi, non rincorre il modello corrente.

La poesia è un guizzo, una scoperta ad occhi chiusi, un rapimento della parola, e se proprio ci tenete, una costruzione rettilinea con un improvviso decollo verso il cielo o una caduta nell'abisso.

MOREN SEM