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SETTIMANALE DI IDEE E DI MEMORIE

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Galatina, 30 ottobre 2018

MORIRE DI "CENTRO STORICO"

Il comitato omonimo rilancia l'allarme

a c. di D. Salvatore Bello

 

Un’importante associazione di Galatina ha sollevato con una certa animosità il problema della riqualificazione del centro storico, cosa di cui si parla da decenni. Dire che nulla sia stato fatto in questa direzione dalle varie amministrazioni succedutesi a Palazzo Orsini, è fuori posto, ma quel che si è fatto è molto al di sotto delle attese; e alla delusione dei cittadini, in particolare dei commercianti, fa da specchio delle allodole l’emergenza traffico nello stesso centro storico che disturbava la quiete di piazze grandi e piccole tanto da ricorrere in quattro e quattr’otto – cosa non del tutto addebitabile a questa amministrazione – alla sua regolamentazione mediante videocamere che avrebbero, tra l’altro, dato una percezione di progresso civile del luogo agli stessi visitatori: “Caspita, qua si fa sul serio!”. Si fa sul serio che cosa? I commercianti dicono: “Il borgo antico è un fantasma”, che tradotto vuol dire: “Qui si muore!”, come allora: “Qui si fa l’Italia o si muore”, e Garibaldi la sapeva lunga, con cavalli e cavalieri, moschetti e baionette, contribuì a fare l’Italia, un po’ "a modo suo”, e Mazzini si mordeva la lingua. A parte questa evasione storiografica, il “qui si muore” ha il senso proprio di una profonda delusione, e non perché – credo – nulla si sia fatto o si sia potuto fare - ma perché l’amico assessore Nico Mauro, dicono loro, non trova il modo o il tempo di convocare i richiedenti l’incontro interlocutorio su proposte finalizzate alle esigenze del settore, anziché costringerli a ricorrere allo sbottonamento sui mass media.

Dicevo che l’argomento è ormai semi secolare, se ne parla dai tempi in cui il Galatino era ancora nella culla, io stesso lo avevo come preferito quando scrivevo sul quindicinale; in realtà tra le cose più importanti della Città io metterei, al primo posto si capisce, gli affreschi della Basilica cateriniana, e subito dopo al secondo il borgo antico. Posterò su questo sito una slider con le prime venti attrattive urbane, una stima tutta mia.

Tornando alle proteste del comitato “Centro storico”, di commercianti e residenti sensibili al problema, do loro il mio conforto, per quanto possa valere - zero virgola -, dopo che il cambio generazionale ti relega, a peso morto, tra i "maquellochevuole!", niente, assolutamente niente, la risposta bisogna darla ai (vostri) coetanei can-guardiani dei "nonsipuòfarniente".

Ma, scherzi a parte, esorto la cittadinanza a rendere più accoglienti esternamente le abitazioni, ad infiorarne i balconi, ad affiggere piccole targhe descrittive delle residenze storico-artistiche, a far ripulire e sgrattare da calce e intonaci le epigrafi in latino, se ve ne sono; a chiedere al Comune, se ancora non lo ha concesso, di alleggerire il peso fiscale per le opere esterne soprattutto di restauro e di colorazione; e a proposito di tinte parietali, certamente i tecnici del Comune sono esperti in questo e suggeriranno le scelte da fare.

L’Amministrazione della cosa pubblica pesa sulle spalle di uomini e donne chiamati dal popolo al governo dell’urbe, ma anche sulla fattiva collaborazione dei sudditi. Qui voglio dare a tutti noi un messaggio che in parte è un rimprovero: alcune notti addietro l’alluvione si è dimostrata più perniciosa di quanto si potesse immaginare. Mi hanno detto che le grate stradali che inghiottono le acque pluviali erano occluse da carte e detriti, per cui lo sfogo è deviato nelle case e negli scantinati. Se questo è vero, perché gettare per terra depliant pubblicitari, pacchetti vuoti di sigarette, plastiche, fogliame da alberi domestici, ecc? Ogni cittadino faccia il suo dovere; mi piacerebbe infatti che ogni famiglia pulisse al mattino davanti casa propria, poi l’Amministrazione civica conta sul servizio pubblico di pulizie, e gli operai ecologici comunali fanno la loro parte, liberano più spesso, se è il caso, le grate inghiottitoio da materiale occludente, cosa che non di rado sfugge alla loro attenzione.

 

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Galatina, 29 sett. 2018

Il S. CATERINA NOVELLA SMOBILITAZIONE?

Non discuto dell’aspetto specialistico dei grande ospedali, probabilmente quello degli ospedali minori (chiamiamoli così) ha competenze non sempre sufficientemente esibite, ma mi chiedo

perché uno specialista bravo non debba esserci anche nel mio ospedale locale. L’Ospedale di Galatina ci dicono che è stato drasticamente ridimensionato nella operatività dei suoi reparti (penso in particolare alla cardiologia). Il togli e sposta è una prassi ormai che certamente prende il via da una supergestione della Sanità Pubblica che, con lo scopo di abbassare il budget di spesa nazionale, obbliga i cittadini con un ospedale in casa, ossia nella propria città, a recarsi in una megastruttura da edificare o in corso di costruzione, dove saranno concentrati quasi tutti i reparti dell’intera provincia adeguatamente alla popolazione assistita.

Ma è vero che si va al risparmio? Che le casse dello stato non verrebbero impoverite da queste megastrutture ospedaliere, anzi se ne avvantaggerebbero? La domanda così posta cela o meglio lascia sporgersi il dubbio che i costi invece aumenteranno, e che i disagi altrettanto, quelli subiti dalle popolazioni costrette a spostamenti continui, a perdita di tempo, a maggiori consumi di energia e quant’altro. Gli ospedali unificati, chiamiamoli così anche, saranno circondati da mercati e supermercati, quale migliore occasione per attirare la gente, visto che essa già c’è per necessità dovute alla salute propria o dei propri cari.

E però, sembra che si viva ormai in’ un’atmosfera di insicurezza e di pre-disagio generale. Devo andare a Lecce, a Tricase, a Casarano, ma devo trovarmi un autista, di me stesso non mi fido, allora mi dispongo a pagare lo specialista, lo Stato guadagna, ma io mi impoverisco.

Quella che è presentata come la soluzione dei problemi, si teme diventi la precarizzazione della vita dei cittadini. Ora, chiariamoci, se 20 bambini hanno la scuola “in casa”, non si spende di meno che se essi sono costretti ad essere trasferiti con mezzi privati o pubblici in una diversa località? E se 100 ammalati si recano a curarsi in un nosocomio della propria città, non si spenderebbe di meno che se si trasferissero in una struttura distante dalla propria casa? Senza parlare della temperanza operata dalla domesticità dei servizi, nei quali vibra una diversa umanità e una più vera e confortante relazionalità.

Amici miei, non abbiamo, come popolo democratico e civile, alcun potere decisionale, siamo soggetti alla temperie d’una “mente” che sembra aggregante, e ce lo auguriamo, ma se fosse invece disintegrante? Già ci siamo rinchiusi in una macchina a cinque marce per più ore al giorno, e con la macchina ci portano di qua e di là, e vada!

Si impiantarono le strutture medico-chirurgiche anticamente a Palazzo Orsini (inizi ‘400), dopo tanti secoli in Via Siciliani (ex convento carmelitano), infine in Via Roma (il S. Caterina N.); ora questo lo smontano pezzo per pezzo, si va dove capita, dove un tasto del computer ti assegna la direzione dell’ambulanza.

Ottima organizzazione; per il resto, taci che è meglio, mangiati ‘sta minestra al riso asiatico e all’olio turco.

Globalizzazione da una parte e dispersione dei nostri prodotti dall’altra. Il progresso costruì Galatina con l’agricoltura e l’artigianato, la Sanità con de Maria fece un grande balzo, ed anche l’industrializzazione, ora tutti balbettiamo le stesse cose, le stesse lagnanze, e non c’è chi le raccolga e le valorizzi.

D. Salvatore Bello

Galatina, 19 ott. 2018

A bocce ferme

IL PARROCO

DELLA MATRICE

Quel che conta

a c. di D. Salvatore Bello

 

Mi è stato segnalato in quanto direttore di questo sito Galatinatu.it, che io avrei ignorato un evento il quale ha interessato l’opinione pubblica dell’intera città. L’evento nella sostanza riguardava la nomina del nuovo parroco della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, detta la Matrice, nella persona di Don Lucio Greco, nativo di Corigliano d’Otranto e già parroco di Sternatia. A lato di tale nomina, avrei poi ignorato le polemiche suscitate dal fatto che fosse stato scelto a reggere la più importante chiesa del luogo un prete, o per dirla con più eleganza, un presbitero non nativo di Galatina.

Ho lasciato decantare la cosa per avere più tempo per discernere le ragioni dell’interruzione di una tradizione plurisecolare non riscontrabile (la tradizione) per quanto io sappia – in alcuna altra parrocchia dell’Arcidiocesi.

Anzitutto non è vero che io abbia ignorato il fatto in sé, perché ho dato per primo notizia su Galatinatu.it dell’importante incarico ricevuto da Don Lucio Greco da parte dell’Arcivescovo Mons. Donato Negro. Per quanto riguarda le polemiche si ha torto a dire che io non abbia mosso lingua (in privato con chiunque mi abbia sollecitato a dire la mia, l’ho detta dando a ciascuno il suo senza entrare nel merito delle ragioni che hanno mosso il Superiore ad adottare questa soluzione anziché l’altra); e invece si ha ragione a dire che io non sia intervenuto pubblicamente nella polemica per manifestare a riguardo il mio pensiero. Questo secondo mio comportamento è stato da me deciso per lasciar decantare le passioni o il peso delle ragioni stesse (pro e contro).

Ma c’è un’altra accusa che mi vien fatta, ed è che io abbia avuto “paura” di esprimere un’idea del felice accaduto (la nomina d’un parroco è sempre una cosa felice in sé, positiva e benefica) non allineata con la decisione del nostro Arcivescovo.

A proposito di questo non è la prima volta che io esprimo il mio pensiero, ragionato e avvalorato dal senso comune oltre che dalla prassi, su un argomento o un fatto in cui l’Autorità Ecclesiastica si era mostrata dissenziente. Mi riferisco, per es., alla lunga polemica della lapide in San Sebastiano da Mons. Mario Rossetti epigrafata in termini storiografici, per la quale ha ricevuto un diniego di posa, che a me sembrava inopportuno. Dico “a me”, che di lapidi ne avevo messe tante senza dover chiedere autorizzazioni, e come me tanti altri parroci. Ma Mons. Rossetti ha voluto chiedere l’autorizzazione al Superiore che però ha ritenuto inopportuna la posa. Se chiedi, è chiaro che puoi aspettarti il consenso o il diniego. In tal caso si può discettare soltanto, e lo si è fatto; da parte sua l’Arcivescovo non ha inviato anatemi o rimproveri per aver qui esposto e difeso le ragioni delle posa. Le ragioni "vere" della "non posa" io credo di saperle, ma non le ho espresse nè le riferisco qui.

Quella però era altra cosa, di lieve conto. Questa invece riguarda l’interruzione di una tradizione, di una prassi consolidata in un campo delicatissimo, quello della responsabilità pastorale di una importante comunità parrocchiale che riguarda il più grande paese dell’Arcidiocesi, Galatina. Qui mi divido, e come primo punto esamino l’antica disposizione papale riportata dal direttore Rossano Marra sul Galatino a suffragio della sua idea, di una presunta “disobbedienza” dell’Arcivescovo a quell’antico dosposto pontificio, che qui inserisco e traduco: “…uno Cantore; necnon undecim Canonicatibus, totidemque praebendis pro totidem Presbyteris, seu Clericis dictae Terrae perpetuo erexit et instituit cum Arca, Sigillo aliisque Collegialibus Insigniis, ac proinde in Pr(a)epositum”: “…per un Cantore. Ed anche per gli undici Canonicati, con altrettante prebende per altrettanti presbiteri, ossia Chierici di detta Terra in perpetuo eresse e istituì muniti di Armadio, Sigillo e altre Insegne collegiali, e conseguentemente nei riguardi del Pastore (preposito, parroco)”. Il disposto è chiaro, ma la sintassi un po’ meno, bisognerebbe dal contesto ricavare il complemento oggetto (con l’accusativo) di quell’eresse e istituì.

Ma tale decreto oggi come oggi è di dubbio, se non di nessun valore giuridico: la Conferenza Episcopale Italiana – più che il Diritto Canonico postconciliare – avrebbe emesso una disposizione di soppressione delle parrocchie cosiddette collegiate (con capitolo presbiterale). Comunque, sostenere la validità ancora oggi di quell’antico decreto non mi pare opportuno né significativo ai fini di una resistenza giuridica. Se questa sola fosse la ragione del direttore Marra, essa ha un peso molto limitato se non nullo.

Invece l’aspetto più razionale che va sottolineato, e che in qualche modo è sotteso dalle argomentazioni dello stesso direttore, a me sembra il valore della prassi continuativa, ininterrotta da alcuni secoli sino ad oggi (ieri l’altro), ossia il valore della tradizione che non ha deflesso da una visione urbicentrica nella nomina del parroco della Matrice: Galatina, che ha dato e dà sacerdoti nativi ad altre comunità parrocchiali dell’Arcidiocesi, ha sempre goduto del privilegio della nomina di un presbitero nativo o comunque cittadino residente.

Quindi la tradizione del parroco prete del luogo risulta storicizzata ossia frutto di un processo storico al punto che, fatta l’eccezione (nomina a parroco di un - senza offesa - forestiero), mi son chiesto se non convenga che essa venga ripristinata allo scadere del mandato corrente. Questo posso augurarmelo, ma non v’è legge o tradizione che tenga davanti ad una delibera di nomina del Capo giuridico e spirituale dell’Archidiocesi.

Infatti la decisione dell’Arcivescovo non può per sé essere ritenuta illegittima e destituita di valore giuridico e, di conseguenza, pastorale. L’Autorità episcopale di sciogliere e di legare è, a mio avviso, al di sopra di ogni legge positiva e di ogni prassi anche lunga e veneranda.

Lo ribadisco, quel che sottopomngo all’Autorità Ecclesiastica è che si possa rientrare nella tradizione, uno stemma - questo - che onora la Città, e trova nella sua storia non tanto la materialità di una disposizione, quanto la dignità di una menzione papale nella bolla di Papa Alessandro VII del 1663, o di quella di Urbano VI che concesse agli Orsini De Balzo la costruzione della Basilica cateriniana, o del decreto regio del 20/7/1793 per il titolo di Città. Senza dire che s’avvalora una condizione di più facile comunicazione tra i Presbiteri di Galatina addentro ai problemi storici della Città e l’Autorità Civile preposta.

A parte però tutto ciò, nessun prete o laico si sognerebbe di mettere i bastoni fra le ruote nei confronti del parroco eletto e insediatosi alla Matrice; del resto Don Lucio Greco da giovane prete ha già operato a Galatina per tre anni come assistente dell’A.C. giovani in San Biagio; è ben conosciuto, già benvoluto ed amato, e questo è in ultima analisi quel che conta.

Don Salvatore Bello

 

 

Galatina, l'ex glorioso Ospedale S. Caterina Novella.

VOLTI E NOMI

3 agosto 2018

 

La foto avrebbe da ricordarci volti e nomi, non tutti, ma alcuni sicuramente: la figura più autorevole è Don Antonio Terlizzi, nativo di Santo Spirito (Bari), fattosi prete e divenuto parroco al Cuore Immacolato di Galatina, quindi alla Madonna della Luce: egli amava fare ogni anno un lungo viaggio, di un mese, raggiungendo nazioni anche lontane, come Stati Uniti, Australia, Russia. Quando la salute divenne malferma, egli viaggiava ugualmente, all’occorrenza riparando in qualche ospedale facilmente raggiungibile. Ma chi è di questo gruppo don Antonio? Giovane ancora, della fila in piedi, è il secondo da destra. Il primo da destra è Tonio Rizzo, occhiali scuri, fervente cattolico, operaio falegname in via XX Settembre, ha un fratello che noi ragazzi di A. C. della chiesa Madre chiamavamo Briciola, perché minuto e scattante, era l’anno 1949. Una pietosa evenienza ha interessato di recente Tonio, un suo amarrimento in Città. Ce ne dispiace, gli vogliamo bene.

Qualche altro nome? Ricordate il preside Antonio Minardi? Fila in piedi: primo da sinistra. Appoggiato alle sue spalle Tonino Romano, già direttore dell’Ospedale Civile di Galatina. Il quarto della fila in piedi è il prof. Congedo artista del legno, studio via Scalfo. Il primo da sinistra, accovacciati, è Antonio Rossetti, industriale del legno. Il primo accovacciati da destra è il dr. Antonio Linciano a lungo direttore della Biblioteca P. Siciliani; e l’uomo accanto a lui è il delegato A.C. Uccio Armirotta, commerciante di tessuti e figura di primo piano del cattolicesimo locale. Giovani e persone che hanno onorato la società galatinese. Quasi tutte infatti hanno occupato posti di primo piano con dignità e passione.

ds

 

DIREZIONE

D. SALVATORE BELLO

 

 

 

 

 

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