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Galatina, 9 Luglio 2019

TRA METAFORA E REALTA'

Insieme, clero e laicato, si rifonda e si ammoderna

la "suppellettile" pastorale della chiesa locale


a c. di Don Salvatore Bello


Sono stato richiesto di esprimere il mio parere, o punto di vista, su una recente esternazione divenuta di dominio pubblico, del parroco della chiesa Madre Don Lucio Greco. In sostanza il mio giovane - beato lui - confratello, che stimo e ammanto di tanta leale benevolenza, avrebbe utilizzato una efficace metafora per designare lo scopo precipuo della sua venuta tra noi. Il linguaggio metaforico non coincide per sé col linguaggio parabolico; la parabola infatti come noi la conosciamo dalle letture del Vangelo è ricca di situazioni in cui prevale l’umanità, la sensibilità, il sentimento e la positività, insomma l’emozione e la commozione; pensate al figliol prodigo, alla pecorella smarrita, alla seminagione, all’albero da frutto, alla pescagione, ecc. La metafora spesso s’avvicina di più all’allusione, dire una cosa per riferirsi in modo più o meno velato a persone e al loro agire o non agire; parlarne, come dire, copertamente, anziché con parole esplicite, e ciò - si badi bene - con animo sereno, cordiale, con un sorriso un po' ironico (persino autoironico) e un po' amicale. E tale sarà certamente stata l'esternazione di Don Lucio. Per sé la metafora non è necessariamente una denuncia, bensì il riflesso o la constatazione della realtà; se dico a qualcuno “sei un leone”, ne indico la sua vigoria piuttosto che la ferocia, ma sia l’una che l’altra dipendono dal modo di esprimermi, dalla mimica dello sguardo, dai gesti, ecc. Se tra metafora e realtà metaforicamente indicata c’è coincidenza, chi ascolta non può non dirsi d’accordo. Non ne conosco il contesto, ma do per scontato che Don Lucio abbia utilizzato il lemma ragnatela per dare peso alla situazione reale in cui ha trovato la nostra "casa" comune. Se così è, il problema nascerebbe quando alla metafora intenzionalmente espressa non corrispondesse un puntuale approfondimento del suo contenuto sempre relativamente alla verità aggredita o esaltata dall'immagine stessa. Una scrittura sgraziata si dice a zampa di gallina, e qui è facile fare il confronto, avendo sotto gli occhi il foglio scritto, e nella mente la zampa del gallinaceo. Così, chi voglia verificare la dignità di un ambiente, di una casa, di una sala, se vi scorge in alto agli angoli accenni di ragnatele, ne comprende lo stato di trascuratezza e di negligenza.

Don Lucio ha ritenuto forse di aver verificato una analoga situazione nella domesticità pastorale delle nostre “case“, traduco, famiglie, comunità cristiane? È stato davvero sufficiente il tempo di parrocato nella chiesa Madre, per dir quel che ha detto? Se sì, allora son certo che egli all'inizio del nuovo anno pastorale (settembre-ottobre) in qualità di punto di riferimento del presbiterio di Galatina (perciò si chiama chiesa Madre), suggerirà a parroci e preti una riflessione comune come poter dare inizio ad un’opera di svecchiamento della “suppelletile” formale del lavoro religioso-pastorale; e in un momento successivo, potrebbe fare lo stesso col laicato impegnato, una due-tre-cinque giorni in cui si dibatte e si propone.

In tal senso la metafora da lui utilizzata avrebbe una sua efficacia, e farebbe svanire quell’ombra di superficie che essa ha lasciato, col poter prendere atto, lui insieme con noi, della presenza in Galatina di un clero anziano (in gran parte transunto, i Don Pippi Tundo, Mons. Antonaci, Don Vincenzo Frassanito, Don Antonio Terlizzi, Don Fedele Lazari, i padri Ignazio e Berardo, i missionari Pime primo fra tutti P. Giovanni Campanella) che dagli anni ’70 (nascita delle nuove parrocchie) ha dovuto affrontare e risolvere problemi di natura non solo pastorale (post Concilio), catechetica, liturgica, di riadattamento e inventiva, ma anche edificatoria di nuove grandi chiese, case canoniche, oratori, restauri di antichi monasteri e abbazie, con impegni enormi di continui esborsi ai quali i cittadini hanno partecipato con un unico grande cuore; si pensi alle chiese Cuore Immacolato, san Rocco, san Sebastiano, a quelle restaurate: san Biagio, S. Caterina, la Matrice stessa, del Collegio, ecc.). E poi convegni, creazione di associazioni, di gruppi spontanei, pubblicazioni, settimane di formazione, attività ecumenica, teatri parrocchiali, centri sportivi, campi scuola.

E' su questa esemplare "ragnatela"* di “passioni” sacerdotali con nomi e cognomi, credo bene che le più giovani leve sacerdotali rivitalizzino la pastorale della visibilità e tangibilità ritrasmessa ai figli che sappiano da dove vengono, perché apprendano dove e come continuare le opere dei loro padri coi loro pastori. 

L’Arcivescovo Mons. Donato Negro, intervenendo alla celebrazione della Madonna della Luce, ha rivolto il suo saluto ai sacerdoti anziani della Città, e qui lo ringraziamo di cuore, Lui anziano - ha detto - come noi, che comprende le nostre fatiche e le nostre gioie ed amarezze; e ciascuno di noi ha le sue, che però restano dentro nel segreto, e nel Cuore divino.


*ragnatela che purtroppo sta per dissolversi per transiti, dimissioni da parroco in successione per età avanzata o fisici impedimenti,  Mons. Aldo Santoro (restauri in chiesa Madre e opere parrocchiali in S. Sebastiano), Don Pietro Minardi, il sottoscritto, o per promozione come il nostro vescovo galatinese Mons. Enzo Pisanello che ha di fatto costruito il complesso di san Rocco, Mons. Mario Rossetti la chiesa di San Sebastiano, Don Fedele Lazari e Don Vincenzo Frassanito con le loro opere in terra di Missione l'uno, e in Albania l'altro. Trattengo Don Pietro Mele accanto ai più giovani Don Pantaleo Rossetti, Don Antonio Santoro, Don Dario De Pascalis, Don Stefano Micheli, che già danno buoni frutti. 


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Galatina, 15 luglio 2019

QUANDO IL MARE DICE BASTA

 I migranti e la loro dignità fino alla casa e al lavoro

La responsabilità della Chiesa e delle Religioni


a c. di D. Salvatore Bello


Quando il mare dice basta. Ma non lo dice mai, perché sa di che è fatto l'uomo, conosce il suo coraggio, l'amore per l'avventura, la forza del desiderio di libertà e dell'odisseica sete di conoscenza. Ma il mare è anche un luogo teologico, così è stato definito religiosamente dalla teologa Giuseppina de Simone della facoltà teologica dei Gesuiti di Napoli, che il sottoscritto ha frequentato nei lontani anni Sessanta (1957 al 1961).

Il mare nella sua totalità, dovunque si espanda, è un luogo di comunicazione ed una riserva di vitalità per l’umanità intera. Immettersi nel mare vuol dire tre cose: nutrimento, relazionalità e godimento. Altre apposizioni si riducono a queste tre. Il mare come il cielo sono la più grande risorsa alimentare della terra, entrambi costituiscono l’universale vessillo blu. La qualificazione aggiuntiva per il Mediterraneo, di luogo teologico è appropriata nella misura in cui gli sguardi convergenti in esso da una parte (paesi europei) e dall’altra (paesi africani) si incrocino e si comprendano.

La realtà è un'altra, sarà disumana, una inciviltà, ossia la fuga da una parte e la rapina dall’altra. Occorre  anzitutto che l’Europa e non solo essa (Russia e Cina) costituisca una speranza di progresso per i paesi dell’Africa e non di puro sfruttamento delle risorse di quel continente, insomma una politica di mercato EurAfrica a livello di istituzioni governative e imprenditoriali, con un piano pluriennale che contenga il diritto di patria a fondamento di tutti gli altri diritti che le nazioni devono garantire ai loro popoli, ad evitare gli spopolamenti delle migliori forze lavoro nel proprio paese nativo.

E qui faccio appello alla Chiesa, alla mia Chiesa acché con tutte le altre religioni rappresentate dalle relative autorità promuovano la sincronia di una grande Onu del Mediterraneo decisa a trasformare in competenze reali le speranze di progresso dei popoli sottosviluppo: non è ammissibile che i diritti alla vita, al lavoro, alla pace, alla libertà, e quant’altri, siano affidati all’espatrio per fuga dei giovani del nostro sud verso il nord, dei giovani africani verso le terre europee. La Chiesa non ammette una emigrazione che metta a rischio la vita di chi emigra e ribalti le economie già instabili delle regioni di immigrazione alla ricerca esse stesse di sviluppo. L’accoglienza che la Chiesa o le chiese devono umanamente e religiosamente proporre è quella dello Spirito di Dio che ha messo ordine nel caos, e che restaura il disordine provocato dall’uomo. In questi anni di immigrazione caotica – i morti sono stati migliaia – la ragione ha perso il suo orientamento, e la ragion politica di tutte le parti in causa ha dilagato e dilaga ancora, e non perché non abbia accolto i profughi di qualunque provenienza, ma perché ha determinato una sorta di fuggi fuggi da una parte e di inerzia e tentennamenti dall’altra. Il fuggi fuggi è stato fatto gestire dai mercanti di vite umane e da navigatori solitari da inquadrare meglio in una formula trasparente al cento per cento, e da una ordinata valutazione e soluzione di problemi connessi. Mentre la gente moriva in mare, e continua a morire, si discute di sigle e non di soluzioni che evitino da una parte i naufragi e dall'altra siano risolutive del problema dei disumani centri detentivi libici, ma i nostri in Italia sono dei paradisi?

Non siamo ai primordi dei flussi migratori dai paesi europei verso le Americhe, ma in una pluralità di esperienze migratorie interne controllate o non controllate dalle frontiere, col rischio  che il caos prevalga, la solidarietà diventi sempre più difficile e fraintesa, 

Ricordate quel che fece il Signore quando si trovò di fronte a migliaia di persone affamate nel deserto? Ordinò agli apostoli, ossia all'umile governo della Chiesa che egli preparava, di far sedere ordinatamente tutta la gente in gruppi di 50, in tal modo potè sfamarli tutti e addirittura far raccogliere 12 ceste di tozzi di pane miracolato. E ricordate il vangelo del buon samaritano? Cosa fece costui? Se lo mise a cavallo e lo portò all'albergo pagando il vitto e l'alloggio. 

Diciamo pure (a noi stessi prima che agli altri) “prima la persona”, la sua salvezza dall'annegamento, e dopo tutto il resto; ma intanto cosa si fa per preparare il terreno dell'accoglienza? Per poter accogliere occorre inviare i soccorsi istituzionali (navi in mare, aerei nel deserto), e raccogliere ordinatamente di cinquanta in cinquanta gli esuli ammassati e distribuirli tra i vari paesi europei in abitazioni già predisposte ad "albergo". Proprio perchè l'uomo ha la dignità di persona, occorre imitare l'esempio divino, Dio che ha atteso (per capirci) miliardi di anni prima di metterci al mondo su un pianeta meraviglioso da lui fatto sorgere dopo una intensa preparazione davvero sapienziale.

Sarà un sogno questo che ho trasferito in questa nota, per me appassionata, ma questo non vuol dire che una barca che fa naufragio non debba essere soccorsa, ma una volta soccorse le persone si riportano immediatamente ai siti di provenienza e attendono il loro turno che andrebbe predisposto in anticipo.

Senza dire che la Chiesa come Stato sovrano potrebbe proporre che una porzione dei migranti li possa adottare distribuendoli in comunità cristiane attrezzate per far questo in Europa o altrove. Il pasto quotidiano gratuito attenua la fame di cibo, ma non quella di dignità della persona: la Chiesa dica come Disse Yahwè a Davide: "Io ti preparo una casa". Si insegni sempre più alle famiglie cristiane di adottare persone immigrate che si invitano a rispettare i luoghi dati in abitazione, spesso ridotti a stalle.

Il direttore di Avvenire ha perfettamente ragione quando dice che conta prima di tutto la “persona” da salvare, e poi? Alla persona salvata una casa gliela diamo, non una casa qualsiasi, ma dignitosa; dica alle migliaia di suoi lettori sacerdoti compresi che ogni anno contribuiscano a offrire alla Caritas nazionale l’abitazione che hanno in più per una famiglia di migranti. Una colletta Domus Caritatis, e poi quel che ha da dire ai nostri governanti pigri e insolventi lo dirà con più autenticità, coerenza e verità. I governanti oggi ci sono, domani salgono altri, la Chiesa è perenne.

Credo che tutti i migranti anche in attesa nei centri libici o in altri luoghi del nord Africa siano informati della Caritas italiana e mondiale, e sappiano che i cristiani hanno un cuore buono, i Nunzi dei paesi africani si concentrino e operino, perché il Signore dice anche a noi oggi: Fateli sedere a mensa per cinquanta e date loro da mangiare, da abitare, da lavorare. Credo che già imprenditori cristiani facciano la loro buona parte per assumere migranti nelle loro aziende, moltiplichiamo questi esempi. Il direttore di Avvenire Tarquinio ieri 14 luglio sintetizzava così il suo pensiero in merito alla dignità dei migranti: chiudere "le strade rischiose sgominando i traffici sporchi, senza insultare le persone per bene che si preoccupano di impedire la morte di chi fugge dalla Libia continuando il suo cammino di emigrante. È possibile, basta volerlo. Basta ricominciare in modo giusto". Chiudere le strade rischiose (il deserto e il mare) e ricominciare. Come? Un po' l'ho...sognato! Alla diffusa capillarità dei canali umanitari spontanei e privati, si aggiunga la risolutiva iniziativa dei governi europei. Le Conferenze Episcopali di tutta Europa e dell'Africa nulla possono fare? 

Spendo poche parole per la capitana dell ONG: non giudico se abbia fatto bene o male a forzare il cordone dei nostri Finazieri, io l'avrei invitata a scrivere una lettera dignitosa e rispettosa al ministro dell'Interno chiedendo con parole che solo una donna di profondo sentire come lei avrebbe potuto usare, assicurando una sua disponibilità a trasferire a sue spese alcuni dei migranti nel suo paese di origine. Lei sa bene che ogni diritto di terra, di cielo e di mare è regolato, lo si voglia o meno; una richiesta ragionata, leale e rispettosa è molto probabile che non le sarebbe stata respinta.

d.s.b.