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Galatina, 11 Luglio 2019

AFRITUDINE

E NEGRITUDINE

CI INTERPELLANO

a c. di D. Salvatore Bello


La nuova situazione dei rapporti con l’afritudine di casa nostra. Utilizzo questo esistente neologismo per indicare la presenza di uomini e donne delle regioni africane di ogni latitudine nella nostra città; avrei usato il termine negritudine, ma nel nostro caso è restrittivo, perché tal termine ingloba solo una parte degli immigrati africani tra noi, lasciando fuori quelli del paesi del nord Africa, come marocchini, algerini, tunisini ecc.

Di solito su un tale argomento si parla di problemi: così, quali problemi crea la presenza di questi immigrati, in Italia e nei luoghi come il nostro, Galatina, le piccole frazioni di Noha, Collemeto e S. Barbara, senza uscire dall’ambito comunale, perché in ogni comune del Salento essi son presenti.

Ma in questa nota non intendo sollevare problemi o dire che la situazione è problematica, cosa che qui evito, per lasciare invece a chi è preposto (le varie autorità) di valutare e intervenire su diversi piani, da quello legale a quello etnico, economico, lavorativo, sanitario, scolastico, culturale in genere, per ognuno dei quali le responsabilità ricadono anche sui comuni come Galatina. I nostri 27 mila circa abitanti contengono quindi anche una percentuale, relativamente ridotta, ma significativa, di persone - giovani in particolare, neri e nord africani che impattano fortemente una realtà ambientale assolutamente nuova per loro, che si è costruita in secoli di eventi e vicende che hanno fatto la storia di questa Città, carica di vari fenomeni evolutivi talvolta lenti e travagliati. Non è tanto il corredo storico dei paesi di origine degli emigrati che si riversa su di noi, quanto quello della nostra città che resta estranea alla loro visione e alle loro passioni, alla loro negritudine, e il termine qui è calzante perché esprime tutto un mondo a noi estraneo che però non ci è dato di penetrare e di comprendere, come estraneo è il lontano nostro retroterra.

Se questa è la reale situazione relazionale tra il tipo di immigrati presi in argomento e noi, ecco la prima domanda: cosa si fa per una corretta vicendevole comprensione e vivificazione di valori qui importati e di quelli qui esistenti? Cosa si fa? Lo sto chiedendo a coloro che sono più informati di me: non abbiamo infatti davanti e tra noi degli automi come talora ci appaiono, ma si tratta di persone che hanno un animo da svelarci, una storia da raccontarci, un destino da costruirsi, una casa da abitare, una famiglia da preparare, una vita insomma da promuovere e da salvare (e il verbo interpella anche la chiesa locale).

Tralascio la perenne discussione se sia opportuno che tanti giovani africani vengano tra noi mentre i nostri vanno lontano per trovare lavoro e farsi un avvenire. È chiaro che fuggendo dall’Africa così tanti depauperano i loro paesi di forze fresche e necessarie. Ma vari motivi, legittimi o no che siano, ce li fanno trovare tra noi e con noi.

E con noi? O – e questa è l’altra domanda – li ignoriamo o si sentono ignorati, senza un intimo rapporto con la nostra civiltà, le nostre tradizioni, e magari sono solo una forza lavoro (sottopagata?), come mostra la foto qui da me allegata: un operatore ecologico nero ben equipaggiato che spazza le nostre strade. Cosa buona, ma era questo che egli voleva fare venendo tra noi? O aveva in mente un’altra scelta di vita e di attività? Ha quest’uomo un diploma, una qualifica sulla quale puntava? Ed altri interrogativi, come i suoi valori religiosi, come possa coltivarli, le sue tradizioni da osservare o no; e poi le amicizie, ci sono? Tra loro e con i nostri giovani? La lingua che parlano tra loro, quella che apprendono o non apprendono stando tra noi. Il loro tempo libero, dove lo passano, come, e quali rischi eventualmente corrono. Quali risorse che essi posseggono restano inattive, inespresse, nascoste, senza possibilità di impiego: la loro musica, la loro poesia (c’è tra loro qualche scrittore, poeta, artista?).

Tanto ed altro emergerebbe se ci fosse un’attenzione alla loro presenza tra noi direi intenzionalmente provocata e provocante; pensate a periodici raduni, ludici, sportivi, musicali, teatrali, in piazza con tutti i giovani africani coi nostri galatinesi. Una festa dell’amicizia condivisa in cui emergano i ritmi della musica e della danza, della poesia e del canto.

Chi legge queste mie note comprende che parlo di cose non aliene dalla mia esperienza, e neppure di quanti hanno seguito le mie orme; mi riferisco al bravissimo Piero Marcianò che sarebbe in grado di darci un suo modello di interazione di genti di diversa provenienza attirandole sul palco bellissimo della nostra grande piazza. Ma i Piero Marcianò senza una spalla del Comune - dal Sindaco agli assessori ai consiglieri -, potrebbero far poco. Concludo dicendo che da Galatina potrebbe partire un modello di integrazione vera, in cui le umanità si incontrano e si comprendono e si esaltano. L’afritudine è tra noi, non voltiamo lo sguardo e la mente altrove.

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Un operatore ecologico africano nel quartiere di Via Gallipoli

a Galatina.

Galatina, 15 luglio 2019

QUANDO IL MARE DICE BASTA

 I migranti e la loro dignità fino alla casa e al lavoro

La responsabilità della Chiesa e delle Religioni


a c. di D. Salvatore Bello


Quando il mare dice basta. Ma non lo dice mai, perché sa di che è fatto l'uomo, conosce il suo coraggio, l'amore per l'avventura, la forza del desiderio di libertà e dell'odisseica sete di conoscenza. Ma il mare è anche un luogo teologico, così è stato definito religiosamente dalla teologa Giuseppina de Simone della facoltà teologica dei Gesuiti di Napoli, che il sottoscritto ha frequentato nei lontani anni Sessanta (1957 al 1961).

Il mare nella sua totalità, dovunque si espanda, è un luogo di comunicazione ed una riserva di vitalità per l’umanità intera. Immettersi nel mare vuol dire tre cose: nutrimento, relazionalità e godimento. Altre apposizioni si riducono a queste tre. Il mare come il cielo sono la più grande risorsa alimentare della terra, entrambi costituiscono l’universale vessillo blu. La qualificazione aggiuntiva per il Mediterraneo, di luogo teologico è appropriata nella misura in cui gli sguardi convergenti in esso da una parte (paesi europei) e dall’altra (paesi africani) si incrocino e si comprendano.

La realtà è un'altra, sarà disumana, una inciviltà, ossia la fuga da una parte e la rapina dall’altra. Occorre  anzitutto che l’Europa e non solo essa (Russia e Cina) costituisca una speranza di progresso per i paesi dell’Africa e non di puro sfruttamento delle risorse di quel continente, insomma una politica di mercato EurAfrica a livello di istituzioni governative e imprenditoriali, con un piano pluriennale che contenga il diritto di patria a fondamento di tutti gli altri diritti che le nazioni devono garantire ai loro popoli, ad evitare gli spopolamenti delle migliori forze lavoro nel proprio paese nativo.

E qui faccio appello alla Chiesa, alla mia Chiesa acché con tutte le altre religioni rappresentate dalle relative autorità promuovano la sincronia di una grande Onu del Mediterraneo decisa a trasformare in competenze reali le speranze di progresso dei popoli sottosviluppo: non è ammissibile che i diritti alla vita, al lavoro, alla pace, alla libertà, e quant’altri, siano affidati all’espatrio per fuga dei giovani del nostro sud verso il nord, dei giovani africani verso le terre europee. La Chiesa non ammette una emigrazione che metta a rischio la vita di chi emigra e ribalti le economie già instabili delle regioni di immigrazione alla ricerca esse stesse di sviluppo. L’accoglienza che la Chiesa o le chiese devono umanamente e religiosamente proporre è quella dello Spirito di Dio che ha messo ordine nel caos, e che restaura il disordine provocato dall’uomo. In questi anni di immigrazione caotica – i morti sono stati migliaia – la ragione ha perso il suo orientamento, e la ragion politica di tutte le parti in causa ha dilagato e dilaga ancora, e non perché non abbia accolto i profughi di qualunque provenienza, ma perché ha determinato una sorta di fuggi fuggi da una parte e di inerzia e tentennamenti dall’altra. Il fuggi fuggi è stato fatto gestire dai mercanti di vite umane e da navigatori solitari da inquadrare meglio in una formula trasparente al cento per cento, e da una ordinata valutazione e soluzione di problemi connessi. Mentre la gente moriva in mare, e continua a morire, si discute di sigle e non di soluzioni che evitino da una parte i naufragi e dall'altra siano risolutive del problema dei disumani centri detentivi libici, ma i nostri in Italia sono dei paradisi?

Non siamo ai primordi dei flussi migratori dai paesi europei verso le Americhe, ma in una pluralità di esperienze migratorie interne controllate o non controllate dalle frontiere, col rischio  che il caos prevalga, la solidarietà diventi sempre più difficile e fraintesa, 

Ricordate quel che fece il Signore quando si trovò di fronte a migliaia di persone affamate nel deserto? Ordinò agli apostoli, ossia all'umile governo della Chiesa che egli preparava, di far sedere ordinatamente tutta la gente in gruppi di 50, in tal modo potè sfamarli tutti e addirittura far raccogliere 12 ceste di tozzi di pane miracolato. E ricordate il vangelo del buon samaritano? Cosa fece costui? Se lo mise a cavallo e lo portò all'albergo pagando il vitto e l'alloggio. 

Diciamo pure (a noi stessi prima che agli altri) “prima la persona”, la sua salvezza dall'annegamento, e dopo tutto il resto; ma intanto cosa si fa per preparare il terreno dell'accoglienza? Per poter accogliere occorre inviare i soccorsi istituzionali (navi in mare, aerei nel deserto), e raccogliere ordinatamente di cinquanta in cinquanta gli esuli ammassati e distribuirli tra i vari paesi europei in abitazioni già predisposte ad "albergo". Proprio perchè l'uomo ha la dignità di persona, occorre imitare l'esempio divino, Dio che ha atteso (per capirci) miliardi di anni prima di metterci al mondo su un pianeta meraviglioso da lui fatto sorgere dopo una intensa preparazione davvero sapienziale.

Sarà un sogno questo che ho trasferito in questa nota, per me appassionata, ma questo non vuol dire che una barca che fa naufragio non debba essere soccorsa, ma una volta soccorse le persone si riportano immediatamente ai siti di provenienza e attendono il loro turno che andrebbe predisposto in anticipo.

Senza dire che la Chiesa come Stato sovrano potrebbe proporre che una porzione dei migranti li possa adottare distribuendoli in comunità cristiane attrezzate per far questo in Europa o altrove. Il pasto quotidiano gratuito attenua la fame di cibo, ma non quella di dignità della persona: la Chiesa dica come Disse Yahwè a Davide: "Io ti preparo una casa". Si insegni sempre più alle famiglie cristiane di adottare persone immigrate che si invitano a rispettare i luoghi dati in abitazione, spesso ridotti a stalle.

Il direttore di Avvenire ha perfettamente ragione quando dice che conta prima di tutto la “persona” da salvare, e poi? Alla persona salvata una casa gliela diamo, non una casa qualsiasi, ma dignitosa; dica alle migliaia di suoi lettori sacerdoti compresi che ogni anno contribuiscano a offrire alla Caritas nazionale l’abitazione che hanno in più per una famiglia di migranti. Una colletta Domus Caritatis, e poi quel che ha da dire ai nostri governanti pigri e insolventi lo dirà con più autenticità, coerenza e verità. I governanti oggi ci sono, domani salgono altri, la Chiesa è perenne.

Credo che tutti i migranti anche in attesa nei centri libici o in altri luoghi del nord Africa siano informati della Caritas italiana e mondiale, e sappiano che i cristiani hanno un cuore buono, i Nunzi dei paesi africani si concentrino e operino, perché il Signore dice anche a noi oggi: Fateli sedere a mensa per cinquanta e date loro da mangiare, da abitare, da lavorare. Credo che già imprenditori cristiani facciano la loro buona parte per assumere migranti nelle loro aziende, moltiplichiamo questi esempi. Il direttore di Avvenire Tarquinio ieri 14 luglio sintetizzava così il suo pensiero in merito alla dignità dei migranti: chiudere "le strade rischiose sgominando i traffici sporchi, senza insultare le persone per bene che si preoccupano di impedire la morte di chi fugge dalla Libia continuando il suo cammino di emigrante. È possibile, basta volerlo. Basta ricominciare in modo giusto". Chiudere le strade rischiose (il deserto e il mare) e ricominciare. Come? Un po' l'ho...sognato! Alla diffusa capillarità dei canali umanitari spontanei e privati, si aggiunga la risolutiva iniziativa dei governi europei. Le Conferenze Episcopali di tutta Europa e dell'Africa nulla possono fare? 

Spendo poche parole per la capitana dell ONG: non giudico se abbia fatto bene o male a forzare il cordone dei nostri Finazieri, io l'avrei invitata a scrivere una lettera dignitosa e rispettosa al ministro dell'Interno chiedendo con parole che solo una donna di profondo sentire come lei avrebbe potuto usare, assicurando una sua disponibilità a trasferire a sue spese alcuni dei migranti nel suo paese di origine. Lei sa bene che ogni diritto di terra, di cielo e di mare è regolato, lo si voglia o meno; una richiesta ragionata, leale e rispettosa è molto probabile che non le sarebbe stata respinta.

d.s.b.