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Galatina, 14 Luglio 2019

PER UNA GALATINA CITTA' IDEALE

Una filiale dello storico Bar Ascalone presso il Liceo Artistico di Galatina. Si tratta infatti di una vera felice arte della pasticceria.

 

Chi di noi non vorrebbe che la sua città, nel caso, Galatina (mediae aetatis urbs) fosse la città ideale del Salento, in cui sentirsi felice di abitare, dove tutti rispettano tutti, e la concordia tra tutti regni sovrana; in cui la solidarietà interna fosse una pratica abituale, e l’amicizia fosse ben ripartita, rispettata, avvertita come un’esigenza dello spirito; la prassi del vicendevole perdono fosse sostenuta da una assistenza adeguata da consultare e da cui farsi accompagnare nei momenti di contrasti o di attriti. E questo alla base di tutto l'impianto di vita e di attività, di convivenza e di relazioni.














La TV di Stato in Piazza S. Pietro a Galatina


Chi non la vorrebbe così la sua città? In cui ogni suo quartiere fosse in ordine, anzitutto con una segnaletica chiara e raddoppiata in entrata e uscita dalle strade (non riuscivo a trovare il toponimo di una strada), credo infatti che lo stradario sia da controllare, ho l’impressione girando avanti e indietro che ci siano carenze evidenti in tal senso. Si trovi il modo per rendere subito inividuabile il nome della strada in entrambi i sensi, per consentire al pedone, al forestiero, se non anche ai veicoli, di trovare la via giusta in cui recarsi, non è bello dover chiedere alla gente informazioni su questo.

Una città ideale, in cui la sosta di riposo delle persone specie anziane sia possibile, con sedili dignitosi e stabili in numerose piazzette e slarghi da poter visitare nel centro antico e fuori di esso. Non dico che non ci sono, ce ne sono, ma la città è grande e chi la visita o chi la percorre a piedi avrebbe bisogno ogni tanto di sedersi, ad es. lungo un marciapiede largo che lo consenta.

Una città provvista di ritrovi - istituiti dal Comune - del tempo libero, adeguati per l’infanzia e l’adolescenza nelle lunghe mattinate dei mesi estivi. Tanti ragazzi si trovano in uno stato di noia e di abbandono. Una riscoperta esperienza delle cosiddette colonie estive al mare (ricordate quelle di Palmina De Maria?) offerte ai piccoli, specie di famiglie meno abbienti.

Una città in cui tutti aiutassero tutti, contribuissero tutti per realizzare alcuni di questi servizi pro adolescenti non gravando in tutto sulle casse comunali.

Che dite di una città con due tre laboratori adattati per l’apprendimento artigianale dei ragazzi, con la debita assistenza: il quartiere fieristico non potrebbe utilizzarsi in parte per tali scopi formativi? Quanti ragazzi estate ed inverno potrebbero apprendere dei mestieri, visto che ai privati è vietato di assumere minori per insegnarne loro la pratica? Una piscina comunale ampia, ricca d’erbe intorno e di fiori. Già, i fiori, son tanti gli spazi da poter infiorare; anche i balconi, date dei premi a chi ne addobba di più belli.

Una città ideale – di questo sto parlando – in cui sia preservato il valore della famiglia, spesso oppressa da problemi economici, da irritazioni fino all’esasperazione e al suicidio. In cui si possa ricorrere a una fonte di sostegno non aleatoria, in momenti particolari di bisogno reale. La caritas? Anche, ma idonea ad intervenire senza lungaggini burocratiche e umiliazioni. So che c'è l'assistenza comunale, ma occorre una vigilanza comunale su fenomeni tenuti celati o che non si manifestano come sarebbe opportuno. Si amministra, certo, ma non solo il denaro, o le opere essenziali, ma si devono amministrare anche le reali esigenze delle famiglie e i sogni della gente, che viaggia ed ammira quanto si fa altrove per dare ornamento sempre fresco ai luoghi abitati.

Lo sanno bene i sindaci quanti nostri ragazzi se ne vanno via impoverendo il paese nativo. Il lavoro giovanile non può non essere un assillo anche per l'amministratore locale e per i suoi non inani assessorati.

Parliamo tanto di accoglienza, rendiamola possibile anzitutto a noi stessi, ai nostri vecchi, ai ragazzi. Sulle ville e villette alberate metteteci strutture attraenti ludiche e di riposo, parlo di villa della stazione, di villetta o piazzetta Toma, all’ingresso delle tre porte della città (Nuova, Luce e Cappuccini), collocate più servizi igienici dove c'è un afflusso di persone.

Mi chiedo se la ex pretura possa ospitare gli uffici comunali più frequentati dai cittadini, che ora si trovano sparsi nelle strettoie del centro: Palazzo Orsini, Vigili Urbani, Anagrafe, Urbanistica, Igiene, Nettezza Urbana, ecc. Ma questo sarà un prossimo tema di discussione.

Infine: chi non desidera vivere in una città in cui chi viene a visitarla trovi subito nel suo centro la possibilità di guide ben istruite, cortesi e ben attrezzate, anche pensionati preparati e disposti a ciò senza alcun compenso se non la gratitudine dei visitatori.

Una città che dica a tutti l'orgoglio di essere italiani, europei, galatinesi: mi riferisco ai vessilli dell'Italia, dell'Europa e della Città impennati al suo centro, ad es. sul Castello Castriota Scanderbech.

Guide turistiche aggiornate, in lingue diverse comprese qualcuna extraeurope; corse di navetta per disabili; un grande parco attrezzato del turista, tra quelli che verdeggiano a ponente della città nel grande rione della 167, creare la Selva di Galatina ombreggiata al massimo con una pluri seditoia per spettacoli teatrali all'aperto.

Ma un'ultima visione mi aleggia nella mente ormai vecchia ma non vuota: si crei una filiale parascolastica della storica pasticceria Ascalone  (vera felice arte galatinese) presso il nostro Liceo Artistico (ex Ist. d'Arte).

E via, cari amministratori, ci sarebbe la gente che vi seguirebbe su una strada di rinnovamento del volto della città, ad pulchritudinem sallentinae urbis nostrae Galatinae. Ho scritto con l'appannaggio della idealità o virtualità. Anche quest'altra idea: autonomamente i nostri architetti si uniscano sotto tale slogan: Insieme per una Galatina ideale! Auguri...a me stesso.

d.s.b.


© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

Un ragazzino di Galatina residente a Pistoia sul verde approntato da quel Comune per i piccoli.

Liceo Artistico Galatina, Reparto Scultura.

Galatina, 15 luglio 2019

QUANDO IL MARE DICE BASTA

 I migranti e la loro dignità fino alla casa e al lavoro

La responsabilità della Chiesa e delle Religioni


a c. di D. Salvatore Bello


Quando il mare dice basta. Ma non lo dice mai, perché sa di che è fatto l'uomo, conosce il suo coraggio, l'amore per l'avventura, la forza del desiderio di libertà e dell'odisseica sete di conoscenza. Ma il mare è anche un luogo teologico, così è stato definito religiosamente dalla teologa Giuseppina de Simone della facoltà teologica dei Gesuiti di Napoli, che il sottoscritto ha frequentato nei lontani anni Sessanta (1957 al 1961).

Il mare nella sua totalità, dovunque si espanda, è un luogo di comunicazione ed una riserva di vitalità per l’umanità intera. Immettersi nel mare vuol dire tre cose: nutrimento, relazionalità e godimento. Altre apposizioni si riducono a queste tre. Il mare come il cielo sono la più grande risorsa alimentare della terra, entrambi costituiscono l’universale vessillo blu. La qualificazione aggiuntiva per il Mediterraneo, di luogo teologico è appropriata nella misura in cui gli sguardi convergenti in esso da una parte (paesi europei) e dall’altra (paesi africani) si incrocino e si comprendano.

La realtà è un'altra, sarà disumana, una inciviltà, ossia la fuga da una parte e la rapina dall’altra. Occorre  anzitutto che l’Europa e non solo essa (Russia e Cina) costituisca una speranza di progresso per i paesi dell’Africa e non di puro sfruttamento delle risorse di quel continente, insomma una politica di mercato EurAfrica a livello di istituzioni governative e imprenditoriali, con un piano pluriennale che contenga il diritto di patria a fondamento di tutti gli altri diritti che le nazioni devono garantire ai loro popoli, ad evitare gli spopolamenti delle migliori forze lavoro nel proprio paese nativo.

E qui faccio appello alla Chiesa, alla mia Chiesa acché con tutte le altre religioni rappresentate dalle relative autorità promuovano la sincronia di una grande Onu del Mediterraneo decisa a trasformare in competenze reali le speranze di progresso dei popoli sottosviluppo: non è ammissibile che i diritti alla vita, al lavoro, alla pace, alla libertà, e quant’altri, siano affidati all’espatrio per fuga dei giovani del nostro sud verso il nord, dei giovani africani verso le terre europee. La Chiesa non ammette una emigrazione che metta a rischio la vita di chi emigra e ribalti le economie già instabili delle regioni di immigrazione alla ricerca esse stesse di sviluppo. L’accoglienza che la Chiesa o le chiese devono umanamente e religiosamente proporre è quella dello Spirito di Dio che ha messo ordine nel caos, e che restaura il disordine provocato dall’uomo. In questi anni di immigrazione caotica – i morti sono stati migliaia – la ragione ha perso il suo orientamento, e la ragion politica di tutte le parti in causa ha dilagato e dilaga ancora, e non perché non abbia accolto i profughi di qualunque provenienza, ma perché ha determinato una sorta di fuggi fuggi da una parte e di inerzia e tentennamenti dall’altra. Il fuggi fuggi è stato fatto gestire dai mercanti di vite umane e da navigatori solitari da inquadrare meglio in una formula trasparente al cento per cento, e da una ordinata valutazione e soluzione di problemi connessi. Mentre la gente moriva in mare, e continua a morire, si discute di sigle e non di soluzioni che evitino da una parte i naufragi e dall'altra siano risolutive del problema dei disumani centri detentivi libici, ma i nostri in Italia sono dei paradisi?

Non siamo ai primordi dei flussi migratori dai paesi europei verso le Americhe, ma in una pluralità di esperienze migratorie interne controllate o non controllate dalle frontiere, col rischio  che il caos prevalga, la solidarietà diventi sempre più difficile e fraintesa, 

Ricordate quel che fece il Signore quando si trovò di fronte a migliaia di persone affamate nel deserto? Ordinò agli apostoli, ossia all'umile governo della Chiesa che egli preparava, di far sedere ordinatamente tutta la gente in gruppi di 50, in tal modo potè sfamarli tutti e addirittura far raccogliere 12 ceste di tozzi di pane miracolato. E ricordate il vangelo del buon samaritano? Cosa fece costui? Se lo mise a cavallo e lo portò all'albergo pagando il vitto e l'alloggio. 

Diciamo pure (a noi stessi prima che agli altri) “prima la persona”, la sua salvezza dall'annegamento, e dopo tutto il resto; ma intanto cosa si fa per preparare il terreno dell'accoglienza? Per poter accogliere occorre inviare i soccorsi istituzionali (navi in mare, aerei nel deserto), e raccogliere ordinatamente di cinquanta in cinquanta gli esuli ammassati e distribuirli tra i vari paesi europei in abitazioni già predisposte ad "albergo". Proprio perchè l'uomo ha la dignità di persona, occorre imitare l'esempio divino, Dio che ha atteso (per capirci) miliardi di anni prima di metterci al mondo su un pianeta meraviglioso da lui fatto sorgere dopo una intensa preparazione davvero sapienziale.

Sarà un sogno questo che ho trasferito in questa nota, per me appassionata, ma questo non vuol dire che una barca che fa naufragio non debba essere soccorsa, ma una volta soccorse le persone si riportano immediatamente ai siti di provenienza e attendono il loro turno che andrebbe predisposto in anticipo.

Senza dire che la Chiesa come Stato sovrano potrebbe proporre che una porzione dei migranti li possa adottare distribuendoli in comunità cristiane attrezzate per far questo in Europa o altrove. Il pasto quotidiano gratuito attenua la fame di cibo, ma non quella di dignità della persona: la Chiesa dica come Disse Yahwè a Davide: "Io ti preparo una casa". Si insegni sempre più alle famiglie cristiane di adottare persone immigrate che si invitano a rispettare i luoghi dati in abitazione, spesso ridotti a stalle.

Il direttore di Avvenire ha perfettamente ragione quando dice che conta prima di tutto la “persona” da salvare, e poi? Alla persona salvata una casa gliela diamo, non una casa qualsiasi, ma dignitosa; dica alle migliaia di suoi lettori sacerdoti compresi che ogni anno contribuiscano a offrire alla Caritas nazionale l’abitazione che hanno in più per una famiglia di migranti. Una colletta Domus Caritatis, e poi quel che ha da dire ai nostri governanti pigri e insolventi lo dirà con più autenticità, coerenza e verità. I governanti oggi ci sono, domani salgono altri, la Chiesa è perenne.

Credo che tutti i migranti anche in attesa nei centri libici o in altri luoghi del nord Africa siano informati della Caritas italiana e mondiale, e sappiano che i cristiani hanno un cuore buono, i Nunzi dei paesi africani si concentrino e operino, perché il Signore dice anche a noi oggi: Fateli sedere a mensa per cinquanta e date loro da mangiare, da abitare, da lavorare. Credo che già imprenditori cristiani facciano la loro buona parte per assumere migranti nelle loro aziende, moltiplichiamo questi esempi. Il direttore di Avvenire Tarquinio ieri 14 luglio sintetizzava così il suo pensiero in merito alla dignità dei migranti: chiudere "le strade rischiose sgominando i traffici sporchi, senza insultare le persone per bene che si preoccupano di impedire la morte di chi fugge dalla Libia continuando il suo cammino di emigrante. È possibile, basta volerlo. Basta ricominciare in modo giusto". Chiudere le strade rischiose (il deserto e il mare) e ricominciare. Come? Un po' l'ho...sognato! Alla diffusa capillarità dei canali umanitari spontanei e privati, si aggiunga la risolutiva iniziativa dei governi europei. Le Conferenze Episcopali di tutta Europa e dell'Africa nulla possono fare? 

Spendo poche parole per la capitana dell ONG: non giudico se abbia fatto bene o male a forzare il cordone dei nostri Finazieri, io l'avrei invitata a scrivere una lettera dignitosa e rispettosa al ministro dell'Interno chiedendo con parole che solo una donna di profondo sentire come lei avrebbe potuto usare, assicurando una sua disponibilità a trasferire a sue spese alcuni dei migranti nel suo paese di origine. Lei sa bene che ogni diritto di terra, di cielo e di mare è regolato, lo si voglia o meno; una richiesta ragionata, leale e rispettosa è molto probabile che non le sarebbe stata respinta.

d.s.b.