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                                                                                                                                                                          SETTIMANALE DI IDEE E DI MEMORIE

SONETTI E CANTI    D. Salvatore Bello

di prossima pubblicazione

    

 

I. DOLCE SERA CHE MI CULLI               

sonetto caudato                                                                


Dolce Sera che mi culli sulle vaghe

onde dei cieli, dimmi: ov’ero quando

da un fiat sprigionò un immane incendio,

esplosero amniotiche infinite plaghe1             

 

e astri dilagarono nell’universo,

al buio estremo io vagante e perso!

Tu che sai le mie pene dimmi: ov’era

il verde della vita e del dolore3

 

quando la cometa impreziosì di ghiaccio

i fastigi dei monti, e mille vallate

armoniose di rivi e erbe ammantate?

 

Un’iride immensa irradiò colori 

sui frutti, splendeva il frutto proibito

nel felice paradiso perduto.

 

Dimmi tu che ispiri i miei                      caudato hinc et deinseps  

pensieri: con me essi vanno al nulla eterno?4

Quel tempo che bevevo a fonti opachi

di poeti bohemiens folli ed ubriachi!

Ma se una mite vergine

col canto accompagna il pianto d’un figlio 

e lui la guarda rapito,

s’illumina a notte il tugurio, 

un prodigio di poesia

sul labbro e negli occhi incantati.

E la tua pace, Sera, mi fa compagnia.

 

 

II. PER UN VERSO D’AMORE canto             

a Silvia N. in sofferte condizioni. 53 Endecasillabi (qualcuno “imperfetto”) e 4 settenari.                


Rivolto ad austro e ai migratori a stormi

sui pingui oliveti. E il tuo palpitare

acerbo cadenzava ululi di nembi

per la piana verde scura e di “piova1

novella” mai sazia. Di là, Silvia, e da

più alta cima al sole, in ricordanze e oblii

dirupa la memoria. E mi domando

vile se ritorneremo mai ai fondi

dei padri, battuti dai venti e nudati

da violenti rovesci, e quando, “stagion 2

lieta la mia”, in colate d’inaffrancati

sudori e d’arsure affogava Apulia

mia terra plebea che m’aggioga

e s’infleba nella vena del canto.3              

 

“Passata è la tempesta”, in fuga l’ultimo4

tuono. Un tonfo, un abbaio, un miagolio

dolente, un calpestio d’angoscia. Per vetri

oscurati un arpeggio: acquietarsi

per nera benda sugli occhi e sognare

una mano pudica di muliebre genio

nella mia inerte e appena dischiusa

a insolita accorta movenza. Da una

cascata di capelli in “negre chiome”5                  

rosata fragranza a involgere di me

ogni piega palese o segreta.

Di viso - il suo - un’eclissi parziale,

indistinto il profilo

nell’onirico gioco delle ombre.

E destarsi con un senso beato

d’infinita tenerezza; giardini

incantati sbiadirono. E noi per siti

reconditi, e cari; per soglie guardate

dagli astri, e disadorne dimore,

feconde, ove d’ogni frutto di grembo

e d’amore godi i passi incerti incontro

al materno sorriso,

di cuccioli i saltelli incrociati,

gli svolazzi dal recinto al frascato

“gli altri augelli contenti”; volubile,6                 

alto sopra tetti ed anfratti il rapace.

 

E se giorno non passa

senza che al petto ti artigli,

e chiedi al cuore d’arrendersi, per chi,

carissima Silvia, “il Sol ritorna”7,        

si spande “odorata ginestra”, fredda8                

ma ripassa la luna, “diletta9 

pensosa candida intatta” e l’aria                     

si spalma d’antica delizia! Te,

naufragata la mente per un alveo

che da sola si scava, o la sorte,

e sordo in me il già esile “suon della tua10

voce”, te io finga nella vaga figura

del sogno. E tuo il cenno del dito sul labbro

aureo frammento di “cara beltà”11.                     

Io da me stesso compianto

per un verso d’amore mai finito,

che, sul fiorire, tra i diti mi muore.


III. LA VITA FUGGE D’ORA IN ORA                   

sonetto caudato


La vita fugge d’ora in ora e oscura    

il faro onde adoperarmi utilmente

in ogni parte dove son presente,

ma l’ardire non soccombe alla paura.

    

Schivo a varcare l’uscio per contrade

ove, più che al romor di voci, mi diverto1

al pigolio delle rondini in concerto.

Sì che in me ricerco appartate strade

   

le strade, che diramano per vene,2     

su cui muovere il mio passo incerto

accanto a una “Stella” dei miei occhi il bene.

 

Aver visto e udito genti e ingegni

che carte e firme m’han lasciato in dono 

e voce incisa in un freddo suono..

Fino allo stremo getto la mia rete,  caudato hinc et deinseps               

si stende in lungo e in largo un biondo velo,

la messe matura e la Falce miete.


Nota - “Membraque deficiunt fugenti languida vita” (Lucrezio): “Le membra vengono meno col fuggire della vita che langue”. La vita invecchiando toglie alla mente (faro) lucidità. Le vecchie conoscenze si sono diradate, non vale uscire di casa al chiasso urbano (contrade)  che non lascia filtrare le voci della natura (rondini) . Il poeta s’accompagna ad una creatura (stella) a lui devota. Il poeta sacerdote non cessa di gettare la sua rete di pescatore di uomini, mentre osserva che altrettanto fa la Falce sui campi di grano, quella falce che gli ricorda un’altra mietitura, quella della vita che si conclude (fino allo stremo). Il biondo velo rimanda al biondeggiar di spiche di Leopardi, La ginestra 5,25. (v. U. Foscolo, La vita fugge e non si ferma una hora, sonetto).


IV. COME BRUCO CHE STRISCIA RAMO A RAMO

sonetto caudato

Come bruco che striscia ramo a ramo,1

crisalide appesa ad un filo gramo,2

come farfalla in cerca d’un bel fiore

e d’un nettare d’intimo valore.

 

Colgo a ogni passo la divina impronta3

e la pura sapienza senza dolo,

a petto in fuori simulo il volo

e ne godo fin che il sole non tramonta.4

 

Con me danza una frale polissena5

a gloria di Colui che sole e luna

ed infinite stelle accende in cielo

 

lasciando la mia mente nel mistero

in un notturno stento di preghiera

al respiro dell’anima che spera6 

di salire in alto per un sentiero               caudato hinc et deinseps  

tenendosi a una solida ringhiera.


Nota - Il linguaggio metaforico bruco, crisalide, farfalla e polissena prepara la conquista della consapevolezza che tutte le creature portano in sé l’impronta del Creatore; e chi disdegna questa luce, si priva della funzione razionale ed è assimilabilebruco, ecc. Il fatto che il mistero permanga non limita la dignità della creatura umana, che serba integra la speranza di un totale svelamento del vero divino anche relativamente ai misteri della natura: salire in alto…/ tenendosi a una solida ringhiera: la speranza di salire al cielo beatifico imboccando il giusto sentiero della fede nel recinto (ringhiera) delle virtù etiche.



V. CANTICO DEI CANTICI

sonetto caudato


Alzati, amica mia, vieni mia bella1

perché il lungo inverno è ormai passato,

spuntano i fiori, saltella la gazzella,

il tempo del bel canto è ritornato.

 

La tortora fa udire la sua voce

nella nostra campagna, gli agrumeti

mettono germogli, il fico e il noce,

spandono fragranza i floridi vigneti.

  

Esci dal nascondiglio, o mia colomba,

fammi vedere il tuo leggiadro viso

prima che lo stridìo del nibbio incomba.

  

Se tanto t’attrae la mia dolcezza,

il monte degli aromi scala da altra via

al mattino allo spirare della brezza.

Vigila attentamente se alcuno spia,      caudato hinc et deinseps  

ed io all’ombra che allunga nelle gore

sarò sulla scia del tuo alpestre odore.  

 

Nota - Da Cantico 2,1ss. Il sonetto caudato  con 3 versi aggiuntivi ha consentito all’autore di mettere sulle labbra dell’innamorata (la colomba) una ulteriore preoccupazione per l’incolumità del suo innamorato (il cerbiatto): lui abbia gli occhi aperti e lei seguirà l’odore del suo passaggio tenendosi all’ombra alta del mattino. È la metafora d’un amore per sé impossibile tra la colomba e il cerbiatto, tra l’anima umana e il Cristo uomo-Dio che però è lui che la attira a sé purificandola e salvandola al prezzo della sua stessa vita.


VI. DIVINA E BELLA COME LEI CHI TANTO

sonetto caudato


Divina e bella come lei chi tanto

quando fa sentire la sua voce,1

il labbro le s’incendia al divin canto2

che scorre come fuoco alla sua foce.3

 

Il viso quale “giglio tra gli spini”,4

chioma d’ulivo e slancio di cipresso,

fiori di campo il grembo a vili inchini,5

l’augusto cedro di fronte a lei perplesso.

 

Tal sorge la mia donna quale aurora

e alcun che non s’avveda, ancor lontano,

di madreperla che da valve affiora.

 

E va per vie e viali, per l’alto e il piano,6

chiamando alla sua mensa, al caldo odore

del pane angelico quell’aureo grano7

del primo tempo umano,12                        caudato hinc et deinseps  

ov’è chi gusta il maledetto fiore.13

Sul suo labbro il mio a morir d’amore.14

 

Nota - Sonetto caudato: poesia d’amore nella sfera platonica, o meglio trascendente e simil dantesca).  1voce...divin canto:  della Sapienza, Prov. 1,20 e 8,1ss.  -  2resco mento:  freschezza della Parola (Mt 24,35) -  3fuoco...foce: un fiume di fuoco (Dn 7,10); foce: Dio stesso. -  4giglio:  figura dell’Amata (la Sapienza, Cant. 2,2) -  5vili inchini:  umili persone con umili fiori di campo -  6vie e viali:  i semplici e i dotti (Mt 11,25) -  6pane angelico:  la sana speculazione che rimanda tutto a Dio (Paradiso II 11) -  7aureo grano:  di alta qualità, il valore della Sapienza. - 8primo tempo umano:  un ordine mondiale di giustizia e di pace (Purgatorio XXII 71, Virgilio Buc IV) - 9maledetto fiore:  il fiorino fiorentino, il denaro, e in tragica attualità il fiore o la pianta della droga (Paradiso IX 130) -  10morir d’amore:  amore mistico, v. Viver d’amore  di s. Teresa di Lisieux, 26 -2 -1895), 

     

VII. LA NOTTE GIA' CREPUSCOLA

sonetto caudato 


La notte già crepuscola ed ai bronchi1

s’attacca l’aria come edera ai tronchi,

t’affligge la mancata fioritura

da una morbosa sorte che perdura.

 

Esci all’alba con la forbice in pugno2

e vai tagliando fusti con il grugno, 

un’annata questa mai stata prima,

scorre il veleno da cima a cima.

 

Ma, all’arnia al muro, d’api già un fervore

e sul viottolo che porta al casolare

una fanciulla canta al primo amore.

 

Sapere che la vita è come loco

con cento uscite e porte senza chiave

che non s’aprono a chi di vista è fioco,3      

o apprende male e poco                           caudato hinc et deinceps

e s’illude sia essa latte e miele.4-5

 

Nota - Al crepuscolo già i contadini escono per recarsi in campagna per il lavoro dei campi, talora per rimediare alle malattie che hanno impedito o ritardato la fioritura delle piante.  Ma le arnie sono rimaste illese da attacchi morbosi, e il fervore delle api lo attesta, mentre il canto d’amore mattutino di una ragazza sul sentiero del suo casolare compensa la mestizia di chi ha perso il raccolto. Ma tutti devono sapere che la vita apre le sue tante porte ai volenterosi, ai previdenti, ai preparati ad affrontare difficoltà anche notevoli, come si sorbisce una medicina amara. 

 


VIII. IL SEME                                                      

sonetto caudato


Spunta un germoglio, né sai di qual seme,

da uno spacco d’una pietra dura,

dubiti che cresca, già che il gelo teme

e pur in ombra, la torrida calura.

 

Quale vento lo portò in questo sasso

o qual becco lo lasciò cadere in volo,

o una formica lo ascose sì in basso

e poi se lo scordò qui solo solo?

 

Solitudine che la mente fugge

e silenzio rotto da un rumore

come di tuono che in essa rugge.

 

Rompete con robuste mazze i sassi,

versate nelle crepe terra e semi,

se mai agili steli s’aprano a fiore.

All’eremo antico dirigo i passi              caudato hinc et deinceps

a sentir dall’alto il tonfo dei remi.

 

Nota - ella sua solitudine il seme è a rischio di non attecchimento.  Il poeta si trova in una situazione analoga (3^ strofe). Negli ultimi due versi che rendono “caudato” il sonetto, il tonfo dei remi sul mare fa da controcanto agli invocati cadenzati colpi di mazza sulle dure pietre: una sincronia allusiva ad una fatica (semina e pescagione) che potrebbe rivelarsi inutile. 



IX. VENTO E PNEUMA

sonetto caudato


Come sciolto levriero tu vento  

rincorri onde di deserti e di mari,

raffiche scoprono il tetto sgomento,

ronzii di fuga intorno agli alvëari.  

 

Asciughi i drappi e ne avvivi il colore,   

mi àeri la fronte quasi vello e carezza,     

spargi un ventaglio di polline e spore,

snuvoli il cielo e gli dai limpidezza.

 

Fulminei passaggi da sbuffo a bufera

ed a sussurro di brezza leggera,

dal caos primevo ai vaghi orizzonti    

modellando valli e scolpendo monti. 

 

Tu Pneuma aghion d’eterna sapienza

doni alla mente il nativo chiarore,  

col solo tuo respiro dai veemenza

alla fïamma che accese                           caudato hinc et deinceps

il primo Amore e ad un legno lo appese.  



Nota - Il vento che soffia ora leggero ora forte, ora violento da incutere paura e sgomento come un cavallo imbizzarrito, svolge anche funzioni altamente positive cui l’autore di questi versi accenna, e che però rinforza col riconoscergli una funzione creativa in quanto Pneuma aghion, Spirito divino che soffia fin dall’inizio della creazione (trasformando il caos iniziale in cosmos) e continua a schiarire non solo il cielo ma anche le menti e ad alimentare la fiamma dell’Amore sulla terra regnante dalla Croce.

 

P.S.

Il testo in pubblicazione contiene

circa 60 componimenti tra sonetti e canti.



Cattedrale di Otranto, 6 febbraio 2019, ore 15.00

IL RITO FUNEBRE 

L'addio a 

MONS. QUINTINO GIANFREDA

 

Vicario Generale Emerito 

 

 

Mons. Quintino Gianfreda si è spento nella notte del 5 febbraio 2019. Era nato a Collepasso il 24 ottobre 1934, ed era stato ordinato sacerdote il 5 luglio 1959. Dal 15 giugno  2018 rivestiva la carica di Vicario Generale Emerito presso la Curia Arcivescovile di Otranto, essendo stato sino a tale data Vicario Generale effettivo per circa trent’anni. Rivestiva le cariche di canonico del Capitolo Cattedrale, Rettore del Santuario di S. Maria dei Martiri, Direttore Editoriale della rivista diocesana L’Eco Idruntina, Direttore del Museo Diocesano, membro del Collegio dei Consultori, del Consiglio Presbiterale Diocesano, del Consiglio Pastorale Diocesano e della Commissione per l’Arte Sacra. Ha legato il suo nome alla pubblicazione di alcuni testi di storia ed arte della Basilica Cattedrale. Figura di sacerdote esemplare e votato al servizio della Diocesi, tanto che ha preferito trasferire ad Otranto il suo domicilio per essere sempre a disposizione come esigevano i ruoli pastorali che svolgeva con la massima cura, discrezione e competenza. Il suo carattere mite, buono e aperto, gli suscitava intorno e presso l’intera arcidiocesi la simpatia umana, la stima e l’affetto. Con lui la Diocesi ha usufruito di una sicura estimazione relativamente ai compiti che Don Quintino vi ha esercitato. 

Il rito funebre viene celebrato oggi 6 febbraio alle ore 15 in cattedrale.

La salma resta esposta presso la chiesa santuario di S. Maria dei Martiri; al termine della  celebrazione officiata dall’Arcivescovo Mons. Donato Negro, sarà tumulata nella cappella di famiglia del cimitero di Collepasso.

S.B.